La corsa agli armamenti ed il commercio internazionale di armi nell’era della globalizzazione

marzo 10, 2010

Il rilancio della corsa agli armamenti

La spesa militare mondiale è in continua ascesa. Dopo aver toccato il livello più alto durante la Seconda Guerra mondiale e nella metà degli anni ’80, la speranza di una sua drastica riduzione, a seguito della caduta del muro di Berlino e della fine della Guerra Fredda, è svanita con il dilatarsi dei conflitti regionali e con le tensioni della nuova lotta planetaria al terrorismo e alle sue fonti. I finanziamenti per la ricerca e sviluppo degli armamenti e per le spese di gestione sono aumentate, negli ultimi dieci anni, a livello mondiale, del 45 per cento. L’ultimo rapporto (2009) dell’Istituto Internazionale di Stoccolma per la Ricerca sugli armamenti (Sipri) descrive un boom del settore tale da far balzare, attraverso dati incontrovertibili, le spese militari ai livelli dell’ultima guerra mondiale, fino a raggiungere l’esosa cifra di 1.464 dollari . Gli Stati Uniti sono in testa alla speciale classifica seguiti dalla Cina, che ha quasi duplicato le risorse economiche destinate agli armamenti, Francia, Gran Bretagna, Russia, Germania e Giappone. Secondo il rapporto l’Italia si colloca in ottava posizione per un importo pari a 46,2 miliardi di dollari spesi (217 dollari pro capite), con un leggero aumento rispetto alle stime precedenti.

L’era della globalizzazione (e “transatlantizzazione”)

In particolare, la Presidenza Bush 2002-2008, ha accentuato la tendenza al riarmo: il periodo di straordinaria continuità ha permesso il consolidamento dell’industria delle armi, iniziato già a partire dagli inizi degli anni ’90.

E’ proprio in quegli anni che le industrie americane , leader nella produzione mondiale, hanno assunto un ruolo centrale nella concertazione industriale, passando dalla fase del consolidamento nazionale a quella delle fusioni e delle acquisizioni internazionali. Il moltiplicarsi delle alleanze fra gruppi americani ed europei ha spinto molti analisti ed esperti del settore a parlare di “transatlantizzazione” dell’industria degli armamenti nell’era globale: questa tendenza è frutto, anche, di una crescente integrazione dell’area transatlantica sia dal punto di vista geopolitico che economico.

Il ruolo dei broker

La mancanza di trasparenza nel commercio delle armi, rende difficile una valutazione obiettiva e chiara sulla questione. Quello che, tuttavia, risulta evidente, è l’effetto della globalizzazione sul mercato mondiale degli armamenti. Le cronache degli ultimi anni testimoniano le trasformazioni dei metodi del commercio internazionale di materiale militare: l’imponente sistema globale del trasporto merci facilita la possibilità di assemblaggio dei vari componenti in diversi Paesi spingendo anche gli intermediari a scegliere Stati meno “rigorosi” per le esportazioni finali; i progressi nel campo tecnologico offrono la possibilità di spostamenti immediati di ingenti capitali da una parte all’altra del globo. In questo contesto si rafforza ulteriormente il ruolo dei mediatori o broker di armi. Approfittando delle lacune delle normative nazionali e dell’assenza di specifici controlli internazionali, essi agiscono, quasi sempre, ai margini della legalità: i mediatori spesso spostano le armi verso Paesi terzi (il pagamento avviene, solitamente, attraverso compagnie create ad hoc nei paradisi fiscali, laddove vige il segreto bancario) per poi triangolarle verso mete vietate, sfuggendo, di fatto, con estrema semplicità, agli embarghi.

Il trasporto: armi ed aiuti viaggiano assieme?

Il trasporto è il momento più delicato nel commercio delle armi. Nella maggior parte di casi, tale operazione è compiuta dagli “arms shipper” con l’ausilio di veicoli aerei (noleggiati o in leasing dalle compagnie proprietarie). La tendenza degli ultimi decenni è quella di utilizzare gli stessi aerei destinati al trasporto di aiuti umanitari. A denunciare tale pratica è stato lo stesso Sipri, in un “incandescente” studio presentato alle Nazioni Unite. Armi, soprattutto leggere, arriverebbero nelle zone di conflitto, utilizzando le compagnie aeree che operano in collaborazione con le organizzazioni non governative, sotto la complice supervisione dei governi e delle autorità militari locali.

Il ruolo dell’Onu e gli embarghi violati

Tutto ciò testimonia come sia difficile, per gli organi internazionali e, ancor di più, per i singoli Stati, vigilare sulle violazioni degli embarghi. Amnesty International ha da tempo denunciato ripetute violazioni degli embarghi imposti dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Tali comportamenti sono favoriti dalla mancanza, nella legislazione nazionale di molti Paesi, del reato di “violazione dell’embargo” e dall’esiguità delle risorse delle missioni Onu che non permettono un controllo specifico di tutte le merci in arrivo nelle zone di conflitto. Inoltre, la documentazione inerente gli import/export risulta spesso contraffatta dagli stessi funzionari statali che, in molti casi, partecipano al commercio di armi: la crescente corruzione, soprattutto in scenari di guerra e in regioni politicamente instabili, rende ancor più complesso risalire a responsabilità individuali e/o particolari, alimentando il muro di silenzi e gravi complicità, sul fenomeno del commercio internazionale di armi.

Emanuele Ameruso

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