Sale la tensione in Thailandia

marzo 14, 2010

Sta per scadere l’ultimatum delle “Camicie rosse”. Il Premier: <<Non mi dimetto>>.

BANGKOK, 14 MARZO. Continua a salire la tensione nello Stato del Sud est asiatico, in vista della scadenza dell’ultimatum delle “Camicie Rosse”, previsto per le 6 di domani mattina (ora italiana).

Tutti i palazzi del potere a Bangkok e nei centri amministrativi delle varie regioni sono presidiati, da ieri, da un numero elevatissimo, circa cinquantamila, di militari in assetto antisommossa. Intanto, nella capitale, circa centomila manifestanti, ma il numero potrebbe crescere a dismisura nelle prossime ore, si stanno mobilitando scendendo in piazza e chiedendo le dimissioni, immediate, del premier Abhisit Vejjajiva. Nell’ultimatum annunciato, nei scorsi giorni dalle Camicie Rosse, i sostenitori dell’ex premier in esilio Thaksin Shinawatra chiedono lo scioglimento del Parlamento e l’istituzione di nuove, libere, elezioni in Thailandia.

Se tali condizioni non verranno accolte entro domani, sostengono i dirigenti del movimento, i manifestanti tenteranno la “presa” della capitale inscenando manifestazioni violente in tutto il Paese. Immediata è arrivata la reazione del premier thailandese che, dichiarando ai media nazionali la non volontà di dimettersi, ha precisato, tuttavia, nelle prime ore di questa mattina, che il governo non ricorrerà alla forza per disperdere i manifestanti a Bangkok.

Il premier è salito al potere lo scorso anno, dopo il colpo di stato organizzato dall’esercito, che ha destituito il suo predecessore Thaksin Shinawatra. Al golpe seguirono numerose manifestazioni di protesta che culminarono in scontri con le forze armate nazionali. Numerose furono le vittime: i manifestanti, armati di pistole, occuparono anche l’aeroporto internazionale della capitale, bloccando tutti i voli in entrata ed in uscita dal Paese.

La “tregua” fra oppositori e governo si è interrotta, nelle ultime settimane, dopo la sentenza della Corte Suprema che ha condannato l’ex premier thailandese per abuso di potere e conflitto di interessi nel suo primo mandato (dal 2001 al 2006), provvedendo alla confisca di oltre il 60 per cento del suo patrimonio. E’ probabile che la situazione degeneri nelle prossime ore. L’esercito si prepara a duri scontri. La comunitĂ  internazionale, per ora, resta alla finestra, con la speranza che la vicenda possa arrivare ad una rapida soluzione: ma difficilmente la protesta si placherĂ . Si attende, quindi, con molta preoccupazione, la scadenza dell’ultimatum.

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