“Security fence” o “Muro della vergogna”?
E’ stato soprannominato, da molti, il “muro della vergogna”. E’ stato contestato, piĂą volte, anche dalla stessa popolazione israeliana. La Corte internazionale di giustizia dell’Aja, nel 2004, esprimendo un parere, non vincolante, sulla sua realizzazione, lo ha dichiarato “contrario al diritto internazionale”. E’ il “muro di separazione israeliana” (security fence) costruito per impedire, almeno ufficialmente, ogni incursione palestinese nello Stato ebraico, dopo l’inizio della seconda Intifada. Ma in pochi, almeno ad ora, ne hanno analizzato le specifiche conseguenze, anche pratiche, sulle popolazioni palestinesi.
Detrattori e sostenitori
La barriera, lunga 750 chilometri, comprende la maggior parte delle colonie israeliane. I suoi sostenitori, dati alla mano, sottolineano come, dall’atto della sua costruzione, ci sia stata una drastica riduzione degli attacchi terroristici nello Stato ebraico.
I suoi detrattori, invece, rivolgendosi, piĂą volte, agli organismi internazionali, ne hanno evidenziato le brutali conseguenze, soprattutto in riferimento alla negazione di diritti, riconosciuti , formalmente, dalla comunitĂ internazionale.
Campi, mercati e lavoro
I cittadini palestinesi lamentano, in primis, le difficoltĂ di movimento: Qalqilya, ad esempio, cittadina di 45 mila abitanti, è completamente accerchiata dal Muro e solo un checkpoint, aperto dodici ore al giorno, permette, dopo il vaglio dei soldati israeliani, l’accesso e/o l’uscita dalla cittĂ .
La “security fence”, inoltre, ha “separato” molti proprietari terrieri e contadini, impedendo loro il regolare svolgimento delle attivitĂ lavorative, dalle proprie terre e i campi, in moltissimi, documentati, casi, dai mercati di sbocco dei prodotti agricoli. Tutto ciò sta mettendo a dura prova l’economia della regione innescando l’aumento esponenziale del tasso di disoccupazione in un’area giĂ caratterizzata da una spiccata povertĂ e da un tessuto sociale “distrutto” da decenni di faide, atti terroristici, violenze di ogni genere e grado perpetuate, da piĂą parti, contro la popolazione civile.
Le risorse idriche
Il Muro ha reso inaccessibile l’acqua a molte comunitĂ : la sua realizzazione ha comportato la distruzione di condotte per le irrigazioni, cisterne e bacini idrici; gran parte delle sorgenti d’acqua è collocata al di lĂ della barriera, in territorio israeliani, rendendo difficile, se non impossibile, l’ approvigionamento delle popolazioni e l’irrigazione dei campi.
MobilitĂ
Inoltre, la restrizione della libertĂ di movimento, frutto di ferree regole imposte dallo Stato ebraico, crea enormi difficoltĂ , oltre che per il trasporto e la commercializzazione dei prodotti, anche per la possibilitĂ delle persone di ricevere cure mediche, istruzione e sfavorisce gli scambi culturali fra le popolazioni dell’area.
Il Muro come “boomerang”
Se, da una parte, il problema degli attacchi terroristici in territorio israeliano deve trovare una giusta e rapida soluzione, dall’altra, l’inasprimento delle regole e l’impoverimento effettivo della popolazione palestinese possono rappresentare l’humus dal quale, i gruppi terroristici armati, possono reclutare, di volta in volta, adepti. Solo la ripresa di un dialogo di pace, condito da nuove relazioni basate sul riconoscimento, sostanziale, dei due Stati, può permettere la stabilizzazione politica, economica e sociale della regione. La Storia dimostra che la politica delle contrapposizioni e dei “muri” non rappresenta la reale soluzione ma, spesso, diventa l’espediente per nuove “crociate”.
Emanuele Ameruso


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