Timidi tentativi di pace in Colombia

marzo 31, 2010

Rilasciato dalle Farc, dopo 12 anni di prigionia, il sergente Pablo Emilio Moncayo. BOGOTA’, 31 MARZO

<<Ringrazio Dio e mio padre>>. Sono queste le prime parole pronunciate dal 32enne sergente colombiano, appena sceso dall’elicottero brasiliano a Florencia, a poche ore dalla sua liberazione, dopo ben dodici anni di prigionia. Prigioniero delle Farc dal 21 dicembre del 1997, è rimasto nella giungla colombiana in condizioni difficili, ostaggio di un manipoli di guerriglieri che da anni ha ingaggiato una guerra senza confini con il governo nazionale di Bogotà.

La liberazione è avvenuta in un punto non meglio precisato dello stato amazzonico, probabilmente nella stessa zona dove avvenne il rilascio della francese Ingrid Betancourt. Essenziale è stato il lavoro di mediazione della missione umanitaria capeggiata dalla senatrice Piedad Cordoba e composta dal vescovo Leonardo Gomez, da membri della Croce Rossa e da sei militari brasiliani. Il rilascio rientra nel piano generale di scambio di prigionieri che ha visto, negli ultimi anni, liberazioni importanti da parte delle stesse Farc.

Il sergente Pablo Emilio Moncayo fu rapito mentre svolgeva il servizio militare, all’età di diciannove anni. Il padre, il professor Gustavo, non si è mai perso d’animo, organizzando manifestazioni ed iniziative di protesta per porre all’attenzione del governo nazionale colombiano il caso del figlio: da alcuni anni si è incatenato le mani e nel 2007 percorse ben 1.500 chilometri, arrivando nel Venezuela, come “marciatore di pace”, con la speranza di incontrare il figlio prigioniero.

Ora il governo colombiano sembra muoversi nella stessa direzione lanciando, con molta difficoltà, segnali di distensione ai terroristi, in un’area che risulta, ancora, una delle più calde del pianeta. Sono ancora ventuno gli uomini, e fra questi tanti militari e poliziotti, nella mani del Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane. La loro liberazione, secondo fonti locali, potrebbe avvenire solo in cambio del rilascio di numerosi guerriglieri detenuti nelle carceri nazionali. Una timida apertura è arrivata dal Presidente Euribe ma la conditio sine qua non è, in realtà, l’abbandono delle armi da parte del gruppo rivoluzionario. Spiragli di pace sembrano, ora più che mai, possibili. Il cammino, tuttavia, è ancora lungo e arduo.

Emanuele Ameruso

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