Due terroristi morti morti mentre trasportavano esplosivi nel Caucaso settentrionale. MOSCA, 1 APRILE
Non accenna a diminuire la tensione nel Caucaso settentrionale dopo l’attentato di due giorni fa, quando due kamikaze uccisero dodici persone, fra cui nove poliziotti, e dopo l’attentato kamikaze nella metropolitana di Mosca che ha provocato trentanove vittime.
Nella notte, nella repubblica russa del Daghestan, due persone, presumibilmente terroristi, sono rimasti uccisi dall’esplosione accidentale di un ordigno scoppiato nella loro auto, probabilmente per un difetto di fabbricazione. Nell’esplosione, avvenuta nei pressi del piccolo villaggio di Toturbiikala, è rimasto ferito gravemente un altro terrorista, ricoverato in condizioni disperate in ospedale.
L’episodio dimostra come i terroristi abbiano intenzione di proseguire nella loro campagna di attentati, dopo la netta presa di posizione di Mosca. Lo stesso premier russo Putin aveva, nei giorni scorsi, avanzato collegamenti fittissimi fra le due stragi, imputandole alla stessa banda di matrice islamista-caucasica.
La regione del Daghestan, la più meridionale da Mosca, è da sempre una zona ad alto rischio per militari e forze di polizia sovietiche. Pur essendo un vero mosaico di nazionalità e lingue diverse (ben 14 ceppi), il Daghestan è a maggioranza mussulmana ed è stato sempre crocevia ed avanguardia della guerriglia cecena. Decine e decine di attentati, con l’obiettivo ed il progetto della creazione di uno stato islamico, hanno minato la tranquillità dei quasi tre milioni di abitanti della regione, funestata, anche, da corruzione endemica e traffici illeciti, soprattutto di armi e di droga. Il ministro dell’Interno fu ucciso, sei mesi fa, da alcuni terroristi cecchini, durante un matrimonio. Nel solo 2009 si contano ben 180 attacchi armati contro le forze di sicurezza che hanno causato oltre 50 vittime. E il 2010, purtroppo, sembra seguire la tendenza dell’ultimo decennio.
Il cambio al vertice del Daghestan, con la sostituzione da parte del presidente russo Dmidi Medvedev del vecchio leader Mukhu Aliev, non sembra aver ottenuto gli effetti sperati. Il Cremlino continua a vigilare con la speranza di poter instaurare una nuova politica nel Caucaso partendo, tuttavia, dalla Cecenia: senza la risoluzione dell’eterno conflitto ceceno, ogni speranza di pacificazione e stabilizzazione dell’area non risulta, purtroppo, possibile.


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