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L’America che vuole dire no alla shari’a

di Daniel Pipes:     
Liberal –
19 novembre 2010 – http://it.danielpipes.org/9087/oklahoma-sharia

Pezzo in lingua originale inglese:                                              http://www.danielpipes.org/9068/oklahoma-sharia –

Man mano che la conoscenza sull’Islam si allarga, l’aspetto che gli americani trovano maggiormente inaccettabile non è la teologia (ad esempio, se Allah sia Dio oppure no) né il suo simbolismo (come il centro culturale islamico a Lower Manhattan), ma il suo codice giuridico, ovvero la Shari’a. Al quale, ragionevolmente, si ribellano: dicendo “no” a un codice che privilegia i musulmani a sfavore dei non-musulmani, gli uomini a sfavore delle donne, e che contiene parecchi elementi contrari alla vita moderna. Newt Gingrich, ex-speaker della Camera del Congresso Usa, nel luglio scorso ha fatto sì che il pericolo della Shari’a ricevesse un’attenzione pubblica senza precedenti. Come? Criticando i suoi «principi e le punizioni del tutto contrarie al mondo occidentale» e chiedendo una legge federale in grado di «proibire alle corti Usa di poter mai considerare la Shari’a un’alternativa della legge americana». Malgrado alcune avvisaglie in questa direzione, non esiste una legge federale di questo genere. Ma le assemblee legislative di due Stati, il Tennessee e la Louisiana, di recente hanno approvato delle leggi che bloccano, nella sostanza, l’applicazione della Shari’a in virtù del fatto che essa viola le leggi esistenti e la politica pubblica. E in un referendum del 2 novembre, anche gli elettori dell’Oklahoma hanno espresso il loro consenso – con il 70 per cento dei voti a favore – a emendare la loro Costituzione.

Nonostante il plauso da parte di musulmani moderati come Zuhdi Jasser, l’approvazione del “Save Our State Amendment” ha allarmato gli islamisti. Il Council on American-Islamic Relations (Cair), accusato di voler «rovesciare il governo costituzionale degli Stati Uniti», ha convinto un giudice del distretto federale a imporre alla commissione elettorale di Stato un divieto formale ad attestate l’idoneità dell’emendamento. Un’udienza del tribunale potrebbe stimolare ulteriormente il dibattito pubblico sull’applicazione della Shari’a. In questo spirito, esaminiamo più da vicino l’emendamento appena approvato in Oklahoma, il cosiddetto State Question 755. Innanzitutto, esso limita i tribunali dell’Oklahoma a fare affidamento solo «sulle leggi federali e statali quando devono deliberare». In più, respinge «il diritto internazionale», in generale, e in particolare «vieta alle corti di considerare o applicare la Shari’a», definendo quest’ultima legge islamica «basata su due fonti principali: il Corano e gli insegnamenti di Maometto». La critica più diffusa dell’emendamento vacilla tra due reazioni contraddittorie che lo vogliono, a seconda dei casi, discriminatorio oppure superfluo. È discriminatorio? Se l’enunciazione è in effetti problematica (la legge internazionale non può ovviamente essere bandita; e la Shari’a non dovrebbe essere presa di mira per il nome), la State Question 755 insiste opportunamente sul fatto che i giudici basino le loro decisioni unicamente sulla legge americana. Contrariamente alle dicerie, infatti, l’emendamento non bandisce la Shari’a fuori dal sistema giudiziario: i musulmani possono lavarsi, pregare, mangiare, bere, giocare, nuotare, corteggiare, sposarsi, riprodursi, lasciare in eredità, etc., secondo i dettami della loro religione. Pertanto, l’emendamento non danneggia i musulmani americani. È superfluo? Nessuna ricerca ci dice con quale frequenza i giudici americani facciano affidamento sulla Shari’a per formulare un giudizio, ma un’indagine provvisoria rileva 17 casi in 11 Stati. Probabilmente il caso più noto è quello di una sentenza di un tribunale del New Jersey che riguardava il caso di una coppia di coniugi musulmani del Marocco.

La moglie raccontò che il marito la costringeva ripetutamente ad avere rapporti sessuali perché le diceva che «ciò è quanto previsto dalla nostra religione. Tu sei mia moglie, e io posso farti qualsiasi cosa». In breve, il marito musulmano invocava la sanzione prevista dalla Shari’a per stuprare la moglie. Ebbene, in quel caso il giudice gli dette ragione: «La Corte ritiene che egli abbia agito in base alle sue convinzioni che, da marito, il suo desiderio di avere rapporti sessuali quando e se voleva era qualcosa di coerente con le sue usanze e non proibito». Sulla base di ciò, il giudice stabilì nel giugno 2009 che la violenza sessuale non era stata provata.

Nel giugno 2010, una corte d’appello ha ribaltato questa sentenza, per il fatto che «il comportamento del marito ad avere dei rapporti sessuali non-consensuali è stato indiscutibilmente intenzionale, nonostante egli pensasse che la sua religione gli permetteva di agire come ha fatto». Nell’analisi più severa di Newt Gingrich, il giudice del processo «era riluttante a imporre la legge americana su qualcuno che sta chiaramente abusando di qualcun altro».

E poi incombe l’allarmante esempio della Gran Bretagna, dove due figure di spicco del Paese, l’Arcivescovo di Canterbury e il Presidente dell’Alta Corte di Giustizia, riconoscono un ruolo alla Shari’a accanto alla common law britannica, e dove una rete di tribunali della Shari’a già opera. Ma le leggi che bandiscono la Shari’a non sono né discriminatorie né superflue, piuttosto sono indispensabili a preservare l’ordine costituzionale da ciò che Barack Obama chiama «le ideologie cariche d’odio dell’Islam radicale». L’American Public Policy Alliance ha predisposto una legislazione modello che l’assemblea legislativa dell’Oklahoma e quelle di altri 47 Stati dovrebbero approvare.

Argomenti correlati:  Legge islamica (Shari’a), Musulmani negli Stati Uniti

http://it.danielpipes.org/art/cat/62

3 Responses to L’America che vuole dire no alla shari’a

  1. Rox Rispondi

    Novembre 23, 2010 at 8:57 am

    Tutto ciò si potrebbe agevolmente inserire nel cosiddetto conceto di “libertà religiosa”. Essa, è una cosa auspicabile e per poter essere realmente libera la pratica religiosa deve essere tutelata in ogni contesto.
    Non bisogna, di contro, andare contro le leggi di uno Stato al fine di non minare i principi che sono alla base della democrazia.
    In sintesi, sì alla libertà religiosa con l’accortenza di non andare manifestamente in constrasto con i principi democratici di uno Stato.

  2. Plus Rispondi

    Novembre 23, 2010 at 9:44 am

    Rox, ve bene per la libertà di religione, ma a quanto pare c’è il rischio che la Shari’a si tramandi in qualche retroterra periferico d’europa, o no? Non ti risulta?

  3. max Rispondi

    Gennaio 2, 2011 at 6:14 pm

    Una religione che impone le sue leggi ,crea uno stato teocratico.
    La Turchia è uno stato laico, dove la costituzione garantisce questa laicità. La magistratura e l’esercito sono i difensori di questo stato laico, anche se la maggioranza dei turchi è musulmana. Bene chissà come il suo presidente musulmano convinto, vuole togliere poteri all’esercito, in nome di una maggiore democrazia, che però potrebbe ben far intendere ad un tentativo di teocratizzare la Turchia. Quando un popolo musulmano, in una democrazia decide con leggi democratiche di cambiare la legge di quel paese, e la nuova legge è inspirata al testo religioso, lo stato diventa teocratico,e la democrazia non è detto sia la fonte di ispirazione dei principi della legge.Per questo, ogni democrazia dovrebbe avere un sistema di autogoverno, che imponga ad un popolo derive totalitariste, come spesso accade nei regimi teocratici.Ritengo giusto, che solo uno spirito democratico rispetti la volontà di un popolo, e quindi nessuna religione possa imporre leggi di stato in democrazia, a tal fine , affinchè il cambiamento non sia un golpe, anche qui in Italia serve un’autogoverno a tutela dei principi democratici.

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