Servizi Segreti: punto e…a capo!

marzo 20, 2012

di Marco Federico

www.informativadintelligence.eu

Prof. Mario Monti (Presidente del Consiglio)

 

Gli umili e sapienti…

Forse qualcuno ancora non ha capito che per poter migliorare e cambiare il nostro modo di essere cittadini di questo mondo, occorre sradicare pregiudizi, barriere, steccati sociali che impoveriscono pensieri, idee e progetti…

La Storia, si sa, siamo tutti noi, nessuno escluso…Chi si esalta dall’alto del proprio sapere, non coglie e non vede ciò che magari è più palese, evidente agli occhi di chi invece si immerge maggiormente nei problemi della vita quotidiana…

Quindi, erigersi sul “potere costituito”, pontificare e giudicare, non potranno mai essere i “pilastri giusti” per costruire ed edificare una “casa”, “un palazzo”, uno Stato, il mondo intero…Ci vogliono nuovi Leaders armati di buona volontà, di una grande dose di umiltà e senso di giustizia sociale.

Oggi, più che mai, è indispensabile rivoluzionare il nostro “modus vivendi” che ha creato una situazione stagnante, ovvero, un’ empasse!!
Quindi, apriamo le porte a chi si fa promotore di nuove idee e nuovi progetti che scaturiscono solo dal forte desiderio di cambiare veramente lo “status quo ante”.
 

Marco Federico

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11 commenti per Servizi Segreti: punto e…a capo!

  1. Marco on marzo 20, 2012 at 10:04 am

    CUM GRANO SALIS…Con questo piccolo “grano di sale” guardo verso il mare e mi auguro che non sopraggiungano i “MAROSI” ma, si aprano, finalmente, le prospettive di coloro i quali si identificano come “gli uomini di buona volontà”. Ad Majora!

  2. John on marzo 24, 2012 at 6:19 am

    Caro Marco, conosco il tuo “modus operandi” e presto so che darai visibilità internazionale a questo tuo “atipico” progetto, per niente casuale…In bocca al lupo!Inoltre, ti comunico che transitando, di tanto in tanto, nelle diverse e pompose “tavole rotonde” organizzate dagli “addetti ai lavori”, mi convinco sempre più che sei veramente propositivo e, aggiungerei, lungimirante! Uso questo termine non a caso e credo tu sappia a cosa mi riferisco… Mi troverai al momento giusto! Ad Majora!!

  3. Gladiatore on aprile 1, 2012 at 9:37 am

    Res non Verba!
    Ad Majora!

    p.s.”semper honos,nomenquetuum laudesque manebunt (Virg.)

  4. Gladiatore on aprile 1, 2012 at 9:44 am

    Nulla dies sine linea

    • EMILY on aprile 1, 2012 at 10:48 am

      Ben arrivato Gladiatore.

  5. gladiatore on aprile 1, 2012 at 11:13 am

    Ben trovata Emily, cerco Silendo ma non lo trovo, sicuramente sarà in “viaggio”.
    In qualche isola caraibica nelle Antille o, magari in rete? Boh!!
    Sono convinto che si farà vivo!!
    Chi meglio di lui può illuminarci? Tu nel frattempo osserva e tieni bene gli occhi aperti!!!AHahah!!!Si scherza naturalmente, un salutone all’amico Silendo.

  6. GIOVANNI on aprile 4, 2012 at 9:40 pm

    UNA DOMANDA DOVE SI PUO FARE UNA DOMANDA A UN RESPONSABILE O A UN ADDETTO SENZA CHE LO LEGGANO E LO SAPPIANO IN TUTTO IL MONDO? CON CHI SI PUO PARLARE? X FARE QUALCHE DOMANDA?

  7. Enrico Di Somma on maggio 13, 2012 at 4:36 pm

    Gentile Marco Federico,
    queste Sue riflessioni hanno richiamato alla mia mente le scene conclusive di “Mediterraneo”, il film di Gabriele Salvatores. In particolare, la parte in cui Diego Abatantuono (che interpreta il sergente Lo Russo) chiede a Giuseppe Cederna (nei panni del soldato Antonio Farina) di fare ritorno in Italia, poiché dopo la guerra c’è un Paese a pezzi, completamente da ricostruire e che è loro dovere offrire un contributo. Con riferimento allo scenario definitosi in Italia in questi ultimi anni, molto probabilmente, il sergente Lo Russo pronuncerebbe le medesime parole: “C’è un Paese da ricostruire”.
    Viviamo, infatti, in uno Stato che da almeno quarant’anni non funziona, da decenni governato da un’élite politico-burocratica corrotta, vergognosamente autoreferenziale e lontana anni luce dalla vita e dalle reali esigenze delle persone, ancora oggi spudoratamente impegnata a tutelare esclusivamente i propri privilegi disconoscendo, all’opposto, le necessità di cittadini che l’attuale congiuntura economico-sociale ha moltiplicato e notevolmente enfatizzato.
    Viviamo in un Paese – che per dirla con Durkheim – sembra ormai versare in un vero e proprio stato di anomia. Un Paese nel quale valori basilari quali “etica”, “onestà”, “reciprocità”, “rispetto delle regole”, “meritocrazia”, “uguaglianza”, “giustizia sociale” e “pari opportunità”, sono virtù agonizzanti sconosciute ai più e che i rispettivi opposti, assieme a individualismo e prevaricazione, non solo hanno in maniera vergognosa quasi del tutto soppiantato, ma addirittura paiono aver assunto uno status di vera e propria legittimità.
    Anomia, disperazione, assenza di equità, di reti di protezione e di prospettive, sono gli ingredienti di quei suicidi quotidiani che qualcuno ha definito di Stato e che è solo questione di tempo, sono sicuro, si tramuteranno in omicidi e azioni violente di cui, temo, si sentirà parlare molto presto. Le vicende delle ultime settimane (il sequestro dei 15 dipendenti dell’Agenzia delle Entrate ad opera di Luigi Martinelli, l’attentato ai danni del dirigente Ansaldo Roberto Adinolfi a Genova, i disordini a Napoli contro Equitalia e la molotov contro una delle sue sedi a Livorno), infatti, sono gli allarmanti segnali di rottura di un precario equilibrio destinato, a mio parere, a durare ancora per poco.
    Dinanzi alla sofferenza economico-sociale del Paese è sconvolgente il totale immobilismo che tale élite continua a manifestare, così come di fronte alla necessità di dare risposte finalmente risolutive a problemi ormai atavici: corruzione, concussione, connivenze varie con la malavita, evasione fiscale, disoccupazione, ritardo nello sviluppo del meridione, ecc. I dati in tal senso sono angoscianti: 140 miliardi di euro evasi ogni anno, costi della politica e spreco di risorse pubbliche che si disperdono tra i meccanismi della corruzione in costante ascesa, milioni di giovani (in particolare donne) che soprattutto al Sud non lavorano, non studiano e non cercano occupazione (secondo gli ultimi dati Istat il tasso di disoccupazione a marzo è salito al 9,8% – per un totale di 2.506.000 persone senza lavoro – e quello giovanile, in particolare, è pari al 35,9%), tempi della giustizia infiniti che tra le altre cose scoraggiano gli investimenti d’imprenditori stranieri e via di seguito. Si tratta di miopia? D’incomprensione della realtà che la circonda? D’incapacità? Di mancanza di “vision”, come direbbero gli esperti di marketing? Di mancata volontà d’intervento? Ma davvero tale élite ritiene che l’attuale stato delle cose sia economicamente e socialmente sostenibile ancora a lungo? Davvero costoro non hanno ancora compreso che così continuando l’unico risultato possibile sarà l’esplosione di fortissime tensioni sociali accompagnate da azioni eclatanti e violente?
    Se lo status quo non è sostenibile per le attuali generazioni, lo sarà forse per le prossime? Se la parte privilegiata dei figli di oggi (di cui faccio parte anch’io) può ancora contare sul sostegno economico dei propri genitori e quindi sulla funzione di ammortizzatore sociale della famiglia, una volta che tali risorse andranno esaurite di cosa potrà continuare a vivere? E noi, cosa trasmetteremo ai nostri figli? Quale sarà, inoltre, il capitale culturale che essi erediteranno? Un patrimonio di modelli valoriali in base ai quali i corrotti, i disonesti, gli incompetenti e gli incapaci, questi ultimi purché dotati di “conoscenze” appropriate e disposti a prostituire le proprie esistenze vanno avanti, mentre all’opposto gli onesti e i meritevoli sono destinati a rimanere al palo? Tragicamente calzanti sembrano a tal proposito le parole di Corrado Alvaro, secondo cui “La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile”.
    Se il patto generazionale, per cui i padri lasciano ai figli un mondo migliore di quello che hanno ereditato, è stato drammaticamente tradito e infranto da chi ci ha preceduto e fino ad ora governato, se il diritto alla felicità e alla realizzazione delle proprie aspirazioni per le attuali generazioni è solo una chimera, al centro delle politiche, italiane e globali, continuano a figurare esclusivamente debito pubblico (di certo non generato da coloro ai quali si chiede di pagarlo), finanza e banche, mancando del tutto individuo, dignità umana, giustizia ed equità sociale.
    C’è insomma, come sostiene Lei Dott. Federico, l’imperante necessità di “rivoluzionare il nostro modus vivendi” e, con riferimento allo specifico caso italiano, di “rivoltare l’apparato dello Stato come un calzino e cambiare da cima a fondo le sue élites politico-burocratiche perché smettano di esserlo”, come l’economista Michele Boldrin ha sostenuto di recente.
    In queste mie riflessioni manca volutamente il richiamo esplicito agli scandali di cui a vario titolo le élite di cui sopra si sono rese protagoniste in tutti questi anni, con tutte le implicazioni che ne sono derivate (e ne derivano) in termini d’impoverimento culturale e, nel caso di chi è chiamato a svolgere una funzione pubblica, comportamentale, nonché d’indebolimento della credibilità e della competitività politica ed economica dell’Italia a livello internazionale. Se tale richiamo esplicito è mancato, i lettori dotati di onestà intellettuale, quale sicuramente è Lei Dott. Federico, ne avranno certamente colto la sottile e strisciante presenza. Del resto, già un anno fa avevo tentato di evidenziare le pesanti conseguenze di determinate condotte in risposta a chi, molto superficialmente, provava (e ancora oggi prova) a liquidare il tutto sostenendo che si trattava semplicemente di vicende riguardanti la vita privata di una persona.
    http://www.servizisegreti.com/2011/03/ferrara-difende-ruby-%E2%80%9Cnon-ruby%E2%80%9D-ma-e-%E2%80%9Cla-vicenda-ruby%E2%80%9Dche-offende-gli-italiani-che-lavorano-onestamente/2706
    A conclusione di quanto detto fino ad ora, forse, il discorso che il 20 aprile 1653 Oliver Cromwell pronunciò al Parlamento Inglese, potrà valere più di ogni altra mia parola:
    “È tempo per me di fare qualcosa che avrei dovuto fare molto tempo fa: mettere fine alla vostra permanenza in questo posto, che voi avete disonorato disprezzandone tutte le virtù e profanato con la pratica di ogni vizio; siete un gruppo fazioso, nemici del buon governo, banda di miserabili mercenari, scambiereste il vostro Paese con Esaù per un piatto di lenticchie; come Giuda, tradireste il vostro Dio per pochi spiccioli.
    Avete conservato almeno una virtù? C’è almeno un vizio che non avete preso? Il mio cavallo crede più di voi; l’oro è il vostro Dio; chi fra voi non baratterebbe la propria coscienza in cambio di soldi? È rimasto qualcuno a cui almeno interessa il bene del Commonwealth?
    Voi, sporche prostitute, non avete forse sporcato questo sacro luogo, trasformato il tempio del Signore in una tana di lupi con i vostri principi immorali e atti malvagi? Siete diventati intollerabilmente odiosi per l’intera nazione; il popolo vi aveva scelto per riparare le ingiustizie, siete voi ora l’ingiustizia! Ora basta! Portate via la vostra chincaglieria luccicante e chiudete le porte a chiave. In nome di Dio, andatevene!”.

  8. Video Barbam on maggio 19, 2012 at 12:22 pm

    Leggete questo doc. Fate un escursus della Storia…Lascio a voi “umili e sapienti” cogliere o decifrare “i tempi attuali”.

    La crisi del 1929
    (il crollo di Wall Street)

    1. L’evoluzione del liberalismo economico

    Il liberalismo economico o liberismo ritiene che la libera iniziativa economica dell’individuo, non condizionata dallo Stato, sia la condizione per il funzionamento del mercato. La libera concorrenza e il libero scambio determinano l’aumento della produzione a beneficio della maggioranza della popolazione. Il solo intervento dello Stato, riconosciuto come lecito, è quello di rimuovere gli ostacoli che impediscono il corretto funzionamento del mercato.

    Nel dibattito economico del XVIII secolo la fisiocrazia ha esposto per prima questo concetto individuando nella “natura” la fonte di ogni ricchezza e condannando qualsiasi ingerenza da parte delle autorità, che ostacolasse o indirizzasse lo sviluppo economico del paese. Ai fisiocrati va riconosciuto il merito di aver superato l’idea mercantilistica che la ricchezza e il suo incremento siano dovuti allo scambio. In Inghilterra fu Adam Smith a sostenere nell’Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni la medesima teoria con la differenza che la ricchezza non è prodotta dal lavoro dei campi ma dall’attività industriale, che proprio in quel periodo conosceva il suo straordinario sviluppo.

    La politica liberista ebbe il massimo sviluppo in Europa nel periodo 1850-1880, soprattutto ad opera dell’Inghilterra e continuò ad essere seguita fino alla prima guerra mondiale. In ambito dottrinale, dagli anni ’70 dell’Ottocento, si ebbe il superamento dell’impostazione tradizionale dell’economia con la scuola marginalista o neoclassica. Essa criticò la concezione ricardiana di valore/lavoro, condivisa da Marx, secondo la quale il valore della merce era stabilito dalla quantità di lavoro socialmente utile per produrla; riprese la teoria della “mano invisibile” di Smith e la teoria edonistica di Bentham, ma sviluppò in tutt’altro modo l’indagine economica.

    L’analisi economica doveva partire non dall’offerta ma dalla domanda, dal bisogno del compratore che sa valutare quanto dei suoi risparmi o del suo reddito va speso per l’acquisto delle merci. Il valore di una merce quindi è indicato nella sua “utilità marginale”, cioè in relazione al suo grado o “margine” di utilità. In altri termini, il valore e l’utilità di una merce sono in relazione alle altre merci e ai bisogni degli uomini. Analogamente l’imprenditore è spinto a produrre una certa quantità di merce nella misura in cui consegue un “sufficiente margine” di guadagno. Questa analisi viene affrontata dai marginalisti in modo isolato e indipendente da considerazioni di altra natura, sia di ordine sociale, sia di ordine politico, come invece le precedenti teorie avevano sostenuto.

    Tale sistema, ritenuto stabile e armonico, sarà oggetto di critica da parte di Keynes che propose descrizioni più ampie e dinamiche dei rapporti economici.

    (Cfr. la mappa concettuale: Il liberalismo)

    2. Introduzione alla crisi

    Il crollo di Wall Street, il grande crollo, la crisi del 1929, sono tutte espressioni usate per indicare un periodo della storia economica del Novecento durante il quale si ridussero considerevolmente e su scala mondiale produzione, occupazione, redditi, salari, consumi, investimenti, risparmi, ovvero tutte le grandezze economiche il cui andamento caratterizza di norma lo stato di progresso o di regresso dell’economia di un paese. Ciò che rese unica questa crisi fu che la contrazione dell’attività economica fu in quegli anni così rapida e radicale come mai era accaduto. Quando la crisi esplose, nel 1929, la letteratura economica era assai ricca e si vantava di poter ricostruire le vicende delle varie crisi succedutesi nel tempo, nonché di poterne fornire spiegazioni logiche. Erano già state individuate e più o meno studiate le crisi del 1816, 1825, 1836-39, 1847, 1857, 1866, 1873, 1882-84, 1890-93, 1900-1903, 1907, 1911-13, 1920, 1924, 1926-1927. Si sapeva inoltre quali fattori del processo economico potevano essere ritenuti responsabili delle crisi: l’eccesso di risparmio (Malthus), l’insufficienza del consumo (Sismondi), il tasso d’interesse tenuto artificiosamente basso (Wicksell), e ancora: l’eccesso di impianti nelle industrie di beni strumentali rispetto a quelle di beni di consumo; l’eccesso di credito, etc. Si era consapevoli del peso dell’andamento dei raccolti, delle innovazioni tecnologiche e del credito il cui utilizzo era sempre in crescita (con l’esito di aumentare considerevolmente la violenza delle fluttuazioni). Infine l’aspetto monetario, le variazioni nel ritmo della produzione dell’oro… etc.

    Pur nella natura variopinta delle crisi, vi era accordo sul fatto che queste, al di là della loro durata, risultavano sempre racchiuse tra un punto di svolta inferiore (o crisi) dopo il quale cominciava la contrazione dell’attività economica, e un punto di svolta superiore (o punto di ripresa).

    Il ricco bagaglio letterario non aiutò i grandi economisti statunitensi (Irving Fischer, Charles E. Mitchell, Joseph S. Davis) a intuire negli indubbi segni di eccitazione che caratterizzarono l’economia americana del 1928-29 l’approssimarsi della grave crisi (non mancò però chi, come Roger Babson, annuncio un crollo catastrofico).

    La crisi si manifestò in maniera improvvisa ma non inattesa. Ancora alla fine dell’estate del 1929 la borsa di New York, nella quale poi esplose, attraversava una fase di grande euforia e speculazione. Ma prima un periodo altalenante, poi giovedì 24 ottobre il primo giorno di panico (in cui 13 ML di azioni vennero vendute a prezzi nettamente inferiori a quelli di acquisto), e infine martedì 29 ottobre (più di 16 ML). Nonostante gli interventi, sia organizzati che spontanei, allestiti da gruppi bancari e finanziari per dare fiducia al mercato, il crollo delle azioni non incontrò argini.

    3. Le cause storico-politiche della crisi

    Il crollo della borsa, piuttosto che la causa della crisi, fu il segnale della depressione. La crisi esplosa sul finire dell’ottobre 1929 aveva origini lontane, vi aveva concorso seriamente lo sconvolgimento che nelle relazioni economiche, monetarie, e finanziarie internazionali aveva prodotto la prima guerra mondiale.

    Alle gravi perdite di vite umane e di ricchezza provocate dalla guerra (circa 10 ML di morti cui vanno aggiunti 20 ML di morti per la spagnola, 20 ML di feriti, tra cui moltissimi invalidi e pertanto inidonei al lavoro e circa 400 miliardi di dollari) si erano aggiunti:
    1) il collasso politico dell’Impero asburgico, con il sorgere dalle sue ceneri di numerosi altri stati (Jugoslavia, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia), che non avevano tardato a imboccare la strada di politiche protezionistiche, e quindi limitatrici degli scambi internazionali;
    2) la rivoluzione russa (con la conseguente esclusione dell’economia sovietica dai liberi traffici mondiali, nonché la nascita di altri Stati, come la Finlandia e le Repubbliche baltiche di Estonia, Lituania e Lettonia);
    3) il collasso economico della Germania, cui il trattato di Versailles aveva imposto il fardello del riconoscimento dei debiti di guerra e del pagamento delle riparazioni.

    L’Inghilterra. Oltre a impoverire vaste regioni dell’Europa orientale e dell’Europa centrale e a provocare elementi di disgregazione negli equilibri economici e nei rapporti commerciali internazionali, la guerra aveva anche frantumato l’equilibrio monetario raggiunto negli anni che precedettero la prima guerra mondiale. Le monete della maggior parte degli Stati occidentali erano state assai vicine alla loro parità legale, e i valori interni delle singole monete erano stati solidamente legati all’oro (unità di misura internazionale). Durante la guerra gli Stati avevano ecceduto nelle emissioni di carta moneta ad eccezione degli Stati Uniti che riuscirono a mantenere inalterata la convertibilità in oro (Gold Standard) del dollaro. La misura del danno sofferto dalle altre monete emergeva dal loro cambio con il dollaro. Fino alla guerra la Gran Bretagna era stata il «banchiere del mondo» e la sua moneta – la sterlina – era stata il pilastro del sistema monetario internazionale (tutti i prodotti erano prezzati in sterline); era anche il principale centro assicurativo del mondo (i Lloyds di Londra); e, per l’imponente flotta mercantile di cui disponeva, era centro del mercato dei noli.

    La Grande guerra non mutò d’un tratto questa situazione, ma le necessità della guerra avevano fatto trascurare l’aggiornamento tecnologico dell’apparato produttivo, privandolo di una parte della sua concorrenzialità. Al tempo stesso, impegnato com’era nella guerra, il Paese aveva anche trascurato parte dei mercati mondiali, lasciando maggiore spazio sia ad alcuni dei suoi Domini (India) sia a talune nazioni (Stati Uniti e il Giappone).

    La fine della guerra trovò così l’Inghilterra indebolita sia sul piano produttivo che su quello finanziario e monetario; mentre gli Stati Uniti apparivano cresciuti economicamente e finanziariamente, e divenuti, da paese debitore, paese creditore dell’Europa. Si accendono cioè le luci sul mercato finanziario di New York. Il mercato di Londra, dal canto suo, andò lentamente perdendo forza, soprattutto nelle possibilità di credito, e finì addirittura per indebolire le sue riserve auree.

    Già nel 1920 la sterlina era svalutata rispetto al dollaro del 22%. Ma allo scopo di non affievolire il prestigio della City l’Inghilterra, invece di riconoscere il mutato rapporto della sterlina col dollaro, e stabilizzare il valore della sterlina alla nuova parità determinatasi, adottò una politica deflazionistica che le permise di ripristinare nel 1925 il rapporto con il dollaro alla parità prebellica, segnando il ritorno alla convertibilità aurea, sia pure integrata dall’apporto di monete forti (Gold Exchange Standard). L’attuazione di questa politica deflazionistica, determinando una caduta dei prezzi interni e dei tassi di profitto e di interesse rispetto a quelli esteri, indebolì le esportazioni e favorì largamente le importazioni, contribuendo a precipitare l’economia britannica in una grave crisi, che non mancò di avere i suoi risvolti sociali, come attestano i gravi conflitti nel mondo del lavoro che culminarono nel lungo, estenuante sciopero dei minatori del 1926.

    Stati Uniti. Del tutto diversa la condizione degli Stati Uniti. Con le sole eccezioni del 1924 e del 1927, gli USA registrarono un boom ininterrotto fino all’ottobre 1929. A stimolare l’economia americana furono molti fattori:
    - l’espansione dell’industria edilizia e delle industrie da questa indotte;
    - una serie di innovazioni, basate sullo sfruttamento di nuovi prodotti (l’automobile, grazie all’adozione di nuovi sistemi di produzione) e delle industrie collegate (petrolifere, della gomma, dell’acciaio, delle costruzioni stradali, dei trasporti stradali, ecc.);
    - lo sviluppo dell’industria elettrica, la cui produzione raddoppiò tra il 1923 e il 1929;
    - l’impulso notevole alla razionalizzazione dei processi produttivi, con l’adozione, nelle industrie dei prodotti di massa, di un’organizzazione scientifica del lavoro, o «taylorismo», mirante ad eliminare i tempi morti, e a ridurre al minimo i movimenti inutili (un esempio per tutti fu l’adozione della catena di montaggio da parte della Ford agli inizi del secolo).

    Il reddito nazionale aumentò, fra il 1923 e il 1929, del 23% laddove la popolazione, in seguito alle leggi restrittive dell’immigrazione del 1921, aumentò solo del 9% e la forza di lavoro solo dell’11%. Questa maggiore disponibilità di capitali fece degli Stati Uniti il paese più prospero del mondo. E furono proprio queste abbondanti disponibilità che consentirono agli USA di concedere cospicui prestiti non solo all’Europa ma anche all’America latina, al Canada e ad alcuni paesi asiatici (si parla in tutto di quasi 30 miliardi di dollari). La maggior parte dei prestiti fu concessa ai paesi europei dopo che essi erano riusciti a domare l’inflazione che li avevano afflitti nel dopoguerra. Inflazione che era stata di tale ampiezza e gravità che si era dovuto provvedere a sostituire le monete esistenti, creandone delle altre, dopo aver assicurato loro congrue ed effettive garanzie (dalla corona allo scellino in Austria; dal marco al renten-mark in Germania; dal rublo al rublo-cervonetz in Russia).

    Dato che il sistema monetario prebellico era ancorato all’oro si ritenne che bisognasse ritornare all’oro. E poiché era la moneta inglese il punto di riferimento delle altre monete europee, il fatto che essa puntasse a ripristinare il rapporto prebellico col dollaro non fu senza conseguenza per gli altri paesi occidentali. Anche se non si ebbe un vero e proprio ritorno al Gold Standard, ma si arrivò ad un Gold Exchange Standard, nel senso cioè che si equipararono all’oro le valute pregiate estere, il risultato non fu meno grave. Le riforme monetarie, mano mano che si succedevano creavano (o scoprivano) il vuoto nelle economie interessate. Così quando l’Inghilterra nel ’25 tornò alla parità entrò in crisi; allo stesso modo, quando nel ’27 la lira si allineò alla sterlina ebbe inizio la crisi anche in Italia (cfr. A. Musco). Eppure fu dopo questa generale sistemazione delle monete europee svoltasi tra il 1925 e il 1927 che gli Stati Uniti intensificarono i loro prestiti ai vari Paesi europei. Nei soli anni 1925-1929, gli Stati Uniti prestarono all’estero circa tre miliardi di dollari. E a poco a poco una gran parte dell’oro del mondo si andò a concentrare a Fort Knox (che nel 1929 ha già il 38% dell’oro del mondo).

    In Europa la Germania era stata il maggior beneficiario dei prestiti americani, e grazie a questi aveva potuto riprendersi rapidamente dal collasso del marco nel dopoguerra. Per fronteggiare le sue esigenze di sviluppo, la Germania aveva utilizzato molti dei prestiti americani a breve termine per investimenti a medio e a lungo termine, confidando che, dato il ritmo e l’intensità dello sviluppo dell’economia statunitense, questi prestiti non sarebbero stati rapidamente ritirati. E in quale migliore mercato investire se non proprio New York? Sempre più capitali a breve termine, l’hot money («moneta calda»), furono attratti pertanto dal boom della borsa di New York.

    Ma l’aumento delle quotazioni alla borsa di New York non era collegato all’aumento dei dividendi delle azioni, cioè dei profitti delle corrispondenti società, bensì a un puro gioco di speculazioni. Dal momento che i prezzi crescevano appariva vantaggioso comprare per rivendere, senza preoccuparsi della bontà dei titoli. Per il possesso di questi titoli l’investitore piccolo come quello grosso ricorreva alle banche per ottenere i finanziamenti necessari al completamento dell’operazione. Fu così che tra il 1925 e il 1929 il numero dei valori scambiati raddoppiò (incurante dell’aumento del tasso di sconto del governo statunitense del 1924).

    Nell’autunno del 1929 gli Stati Uniti, che tenevano in piedi e unito il sistema economico internazionale, cominciarono a richiamare drasticamente i capitali sottraendoli, quindi, alle attività in cui erano investiti. E la crisi si allargò a macchia d’olio.

    4. Caratteri della crisi

    La conseguenza diretta del crollo della borsa fu la caduta dei prezzi agricoli, delle materie prime e, poi (ma in misura minore), dei prodotti industriali e la rapida contrazione del commercio in tutto il mondo, il che non poteva non riflettersi negativamente sul potere d’acquisto degli strati produttivi di tutti i paesi. Il quadro degli effetti della crisi è desolante, seppur costellato di luci e ombre:
    - i salari si ridussero ovunque, anche se la caduta dei prezzi delle derrate alimentari servì a contenere i danni per il livello dei consumi; tuttavia la riduzione dei salari non contribuì ad accrescere la produzione attraverso nuovi investimenti, ma si tradusse solo in riduzione di prezzi (cfr. Michal Kalecki);
    - i profitti industriali si contennero, ma non vennero eliminati completamente, grazie al processo di rapida concentrazione industriale che si era sviluppato dal dopoguerra (cfr. Hermann Levy);
    - altro fenomeno di rilievo nei paesi industriali colpiti dalla crisi, come la Gran Bretagna, dove il movimento sindacale era più solidamente organizzato, fu che i salari subirono minori riduzioni per la diminuzione del numero dei salariati occupati (fatto che già veniva evidenziandosi nel periodo precedente).

    La crisi fu aggravata anche dalla politica economica seguita dagli Stati Uniti. Con le loro esportazioni di capitali, avevano contribuito a mantenere in equilibrio la bilancia internazionale dei pagamenti. Scoppiata la crisi, essi non accrebbero questa esportazione di capitali, anzi iniziarono il ritiro dall’estero dei capitali a breve termine. Il ritiro di questa «moneta calda», che già era cominciato nel 1928, si intensificò nel 1930 e nel 1931 e toccò gradualmente livelli mai registrati in passato.

    Questa tendenza al ritiro dal mercato internazionale, specie europeo, fu rafforzata dalla politica doganale che gli Stati Uniti perseguirono. La tariffa doganale (la famosa Hawley-Smoot) che essi adottarono a partire dal giugno 1930, fu duramente protezionistica, e, quel che è più grave, costituì un pericoloso precedente.

    Certo, a spingere molti paesi a scegliere la via dell’isolazionismo, o del nazionalismo economico, fu la stessa asprezza della crisi. Nei mesi che seguirono l’ottobre 1929, la produzione industriale andò rapidamente crollando in tutti i Paesi.

    Fanno eccezione:
    - l’URSS, che si era esclusa dall’economia mondiale (e che peraltro non poté evitare di subire, proprio a partire dal 1929, a causa della lotta ai contadini ricchi, kulaki, gravi e irreparabili danni in agricoltura);
    - il Giappone, che affrontò la crisi (inclusa la guerra) con misure inflazionistiche;
    - i paesi scandinavi, esportatori di particolari materie prime per le quali la domanda non subì riduzioni sensibili.

    Oltre che borsistica, industriale, agricola e commerciale, la crisi fu presto anche bancaria. Il fatto che le industrie non producessero, e che quel che producevano dovesse essere venduto a prezzi bassi, con minori profitti, e che gli agricoltori, per la caduta dei prezzi agricoli, fossero costretti o ad abbandonare la terra, o ad accontentarsi di un guadagno minimo, ebbe notevoli conseguenze sul sistema bancario. Sia l’industria che l’agricoltura erano seriamente indebitate con le banche. Nel periodo di boom, che aveva preceduto lo scoppio della crisi, queste banche avevano ecceduto nei prestiti, confidando non solo in una restituzione regolare, ma anche nel fatto che i risparmiatori non avrebbero ritirato i loro depositi, ed anzi li avrebbero accresciuti.

    La crisi mise in difficoltà molte banche. Compromesso dalla caduta delle vendite e dei prezzi, un numero crescente di imprese non fu in condizione di pagare i debiti alle scadenze, e intanto le banche erano premute dai loro depositanti che, spinti a loro volta da crescenti esigenze di liquidità, volevano la restituzione di tutto o parte delle somme depositate. Schiacciate tra l’incudine del mancato rientro dei prestiti e il martello dei depositanti che pretendevano la restituzione dei loro capitali, molte di queste banche furono costrette a chiudere i battenti trascinando nel fallimento altre banche collegate (e risparmiamo i numeri). Un esempio per tutti: nel dicembre 1930 fallì la Bank of the United States in New York city, che contava oltre 400.000 depositanti, ne fu danneggiato un terzo della popolazione di New York.

    5. Primi rimedi e loro conseguenze

    Di fronte al disastro la reazione dell’opinione pubblica statunitense fu varia (fatalismo, condanna del consumismo, affermazione della moralità calvinista contro il lassismo), mentre il mondo economico reagì sollecitando misure deflazionistiche atte a tutelare la moneta (quali la riduzione dei consumi privati e tagli severi alla spesa pubblica, anche a quella assistenziale). La reazione del presidente repubblicano, Herbert Hoover, non fu incisiva.

    Da un lato:
    - si oppose inizialmente a rigorose misure deflazionistiche;
    - stimolando la spesa per opere pubbliche;
    - facendo pressione sugli industriali perché non riducessero i salari;
    - creò nel 1930 una Grain Stabilization Corporation e una Cotton Stabilization Corporation per sostenere i prezzi sia dei cereali che del cotone, in rapida caduta.

    Dall’altro, però:
    - si rifiutò di porre mano a un piano di pubblica assistenza (solo 5 dollari alla settimana per famiglia);
    - preferendo fare affidamento sulla carità privata e sull’azione dei governi locali.

    Molte famiglie, senza più assistenza finanziaria, impossibilitate a pagare i mutui fondiari, si videro addirittura espropriate della loro casa, mentre altre si trasferivano in località dove speravano di trovare lavoro. Emblematico al riguardo è il lungo viaggio che Joad e la sua famiglia compiono nel romanzo di Steinbeck, Furore, dall’Oklahoma alla California.

    Sul piano internazionale, la crisi si manifestò con la contrazione del commercio (importazioni-esportazioni: da 68.606 milioni di dollari-oro nel 1929 a 24.175 nel 1933) che comportò, come prima conseguenza, l’adozione di dazi doganali nei confronti dei prodotti esteri, soprattutto dei cereali con la conseguente caduta delle esportazioni cerealicole per i paesi più poveri (soprattutto dell’Europa dell’est). Negli Stati Uniti la citata tariffa Haweley-Smoot aumentò i dazi mediamente del 60%, ma spesso dell’80 e anche del 100%; in Inghilterra – campione per antonomasia del free trade – l’Import Duties Act, estesa a tutto l’impero nella Conferenza di Ottawa del 21 luglio 1932, comportò dazi anche superiori al 33%.

    In un tale contesto la Società delle Nazioni non seppe fare altro che convocare una riunione paneuropea nel febbraio del 1930 per una sorta di tregua doganale mai attuata.

    Resasi sempre più evidente l’impossibilità di un accordo internazionale in materia commerciale, cominciarono a manifestarsi tentativi di accordi limitati a due o più Stati. Così si ebbe nel 1930 una convenzione ad Oslo tra Norvegia, Svezia, Finlandia, Danimarca, Olanda e Belgio, per una più intensa cooperazione regionale. Nel marzo 1931 fu poi avanzata una proposta di unione doganale tra Austria e Germania (!) cui si oppose la Conferenza di Stresa.

    Non solo queste soluzioni non sortirono alcun effetto, ma addirittura travalicarono l’ambito commerciale come nel caso dell’accordo austro-tedesco: la Francia infatti ritirò immediatamente, in forma sanzionatoria, quei prestiti a breve che aveva concesso alle banche tedesche contribuendo così a rendere insostenibile la situazione economica della Reichsbank che reagì nell’unico modo a lei concesso, rialzando il tasso di sconto e determinando quindi un’ulteriore restrizione del credito e l’ennesimo colpo all’attività economica.

    Per avere un’idea della portata della crisi si veda la tabella seguente in cui, posta uguale a 100 la produzione industriale dell’ottobre 1929, si riporta la situazione nei vari paesi relative al 1932:

    U.R.S.S. 183
    Olanda 84
    Francia 72
    Polonia 63

    Giappone 98
    Regno Unito 84
    Belgio 69
    Canada 58

    Norvegia 93
    Romania 82
    Italia 67
    Stati Uniti 53

    Svezia 89
    Ungheria 82
    Cecoslovacchia 64
    Germania 53

    La crisi commerciale non poteva quindi non ripercuotersi in crisi finanziaria prima e monetaria poi. Il fallimento delle maggiori banche europee (la Credit Anstalt di Vienna, la Dresdner Bank e la Darmstadter und National Bank) non poteva non ripercuotersi sul mercato di Londra che si vide richiamare tutti quei prestiti a breve di cui era campione senza però essere in grado di liquidarli in quanto quegli stessi capitali erano stati investiti a medio e lungo termine. La richiesta di una moratoria nel settembre del 1931 da parte della Banca d’Inghilterra e del Governo laburista comportò, da un lato, la sospensione dei pagamenti (con conseguente ulteriore crollo dei creditori) e dall’altro una considerevole svalutazione della sterlina (30,68% rispetto al dollaro e abbandono del Gold Standard) e la fine di un’epoca.

    Il terremoto finanziario, attraverso il medio dell’impero commerciale inglese, coinvolse tutte le monete mondiali.

    6. La disoccupazione

    Non si dà crisi (borsistica o finanziaria, bancaria o monetaria, commerciale o industriale) che non scarichi a massa i suoi effetti. Secondo i dati della Società delle Nazioni, la disoccupazione superò nel 1932 i 25 milioni di unità cui bisognava aggiungere i milioni di lavoratori agricoli e di contadini che, se non disoccupati, erano occupati quasi ovunque solo parzialmente. Maggiore fu quindi la disoccupazione in quelle nazioni dove la possibilità di lavoro-sfogo agricolo erano minori: 15 milioni negli Stati Uniti e 7 milioni in Germania – nazioni a forte tasso di industrializzazione. La Francia risentì in maniera nettamente inferiore del fenomeno disoccupazione per vari motivi contingenti (dopo la guerra fu meta di molti emigranti in cerca di lavoro che alle prime avvisaglie della crisi rimpatriarono; anche molti francesi abbandonarono le città rifugiandosi nelle fattorie agricole; ma la crisi in generale si manifestò in ritardo rispetto agli altri paesi – tanto che, come abbiamo visto, si era permessa ancora prestiti a breve nei confronti delle banche tedesche).

    La disoccupazione fu aggravata dalle politiche deflazionistiche adottate per evitare conseguenze sul bilancio statale: riduzione degli stipendi, aumento della tassazione diretta anche sui salari, e drastica riduzione della spesa pubblica (si veda, per esempio, l’operato del governo Brüning in Germania). E dalla crisi sociale che ne seguì alla crisi politica il salto fu breve: è, infatti, al malcontento che essa suscitò che va attribuito il primo successo ottenuto da Hitler nelle elezioni del luglio 1932. Successo che si rinnovò e accrebbe nelle nuove elezioni del novembre, anche se, nel frattempo, a partire dagli inizi del settembre, il cosiddetto «piano di Von Papen» aveva cercato di imprimere numerosi stimoli alla domanda interna, e, con la riduzione del tasso di sconto al 4% e alcune agevolazioni creditizie, aveva favorito la ripresa industriale.

    Ma ovunque la politica di contenimento della spessa pubblica e di salvaguardia del valore della moneta (promossa da Hoover) è da considerarsi una delle principali cause della ingente disoccupazione mondiale. Fu in questo quadro che le elezioni presidenziali negli Stati Uniti del novembre portarono alla sconfitta di Hoover e alla vittoria di F. D. Roosevelt.

    7. Il 1933: il New Deal, la ripresa e… Hitler

    Il 1933 segnò una svolta importante nella crisi. Sintomi di ripresa si verificarono un po’ dovunque. La produzione industriale registrò valori più alti di quelli dell’anno precedente, e l’occupazione accennò in generale ad aumentare. Tuttavia, il 1933 fu caratterizzato soprattutto da altri fatti importanti.

    Il primo è il definitivo fallimento di ogni tentativo di collaborazione internazionale. La Conferenza economica e monetaria mondiale, apertasi a Londra nel giugno 1933 dopo una lunga preparazione, sanzionò l’effettiva frantumazione del mercato mondiale. Scontratasi sul problema se bisognasse stabilizzare le varie monete e attuare nuovamente il «ritorno all’oro», come base del sistema monetario e delle transazioni internazionali, la Conferenza si chiuse con la deliberata svalutazione del dollaro (10%) fermamente perseguita da Roosevelt, da pochi mesi al potere, e l’ostinata difesa dell’oro da parte della Francia. Dalla Conferenza uscirono tre blocchi principali con differenti politiche economiche:
    1) dell’area del dollaro (Roosevelt voleva usare la svalutazione per operare una diminuzione dei debiti interni e per accrescere il potere d’acquisto dei ceti agricoli, in modo che essi potessero intensificare gli acquisti di prodotti industriali, e quindi contribuire attivamente alla ripresa);
    2) dell’area della sterlina (la Gran Bretagna affermava esplicitamente che la politica monetarla non doveva essere rivolta al mantenimento della stabilità dei cambi esteri, ma solo ad assicurare credito abbondante e a buon mercato);
    3) del blocco aureo: Francia, Belgio, Italia, Svizzera, Paesi Bassi e Polonia (questi Paesi miravano a garantire la stabilità e solidità della moneta, perseguita attraverso l’equilibrio nel bilancio statale e nella bilancia dei pagamenti, anche a costo di attuare politiche deflazionistiche);

    La «caduta» del dollaro costituisce, senza dubbio, il secondo dei fatti più importanti del 1933. Salito al potere, agli inizi dell’anno, Roosevelt si trovò a fronteggiare un grave peggioramento delle condizioni del sistema bancario statunitense. I fallimenti si moltiplicavano. Furono più del doppio di quelli dell’anno precedente. Di fronte all’ampiezza del fenomeno, Roosevelt si adoperò per l’approvazione dell’Emergency Banking Act e poi del Banking Act (20 marzo 1933), cambiando radicalmente la politica economica del suo predecessore. Grazie alla notevole svalutazione del dollaro cui fu autorizzato dal Congresso, stimolò la spesa pubblica, intraprendendo un vasto programma di opere pubbliche, e ponendo mano a quello che fu chiamato il New Deal, un complesso di misure volte, in particolar modo:
    1) a sostenere gli agricoltori attraverso il controllo della produzione attuato anche attraverso la riduzione della superficie coltivata, e la concessione di sussidi,
    2) a contenere e ad eliminare la speculazione,
    3) a ridurre lo strapotere dei grandi gruppi finanziari.

    Altro fatto del 1933, non meno importante, soprattutto per le conseguenze che avrebbe prodotto, fu l’ascesa di Hitler al potere in Germania. La crisi economica gli era stata, come si è accennato, decisamente favorevole. Le quattro elezioni che si svolsero tra il settembre 1930 e il marzo 1933 videro il numero dei suoi deputati crescere da 107 a 288, ossia dal 18% a circa il 54% dell’intero numero di seggi del Reichstag.

    Si è detto anche che il 1933 segnò l’inizio della ripresa. Il fenomeno non fu contemporaneo in tutti i paesi. Per l’Italia, ad esempio, bisognò attendere il 1934; per il Belgio, il 1935; ecc. Negli anni seguenti, la produzione continuò a crescere, e con essa l’occupazione e gli investimenti. Questa fase di ripresa culminò nel 1937, facendo ritenere che si fosse di nuovo di fronte a un boom. Tuttavia, già sul finire di quell’anno, si poterono rilevare qua e là segni indubbi di recessione. E se questa recessione non si estese e non si aggravò, trasformandosi in una nuova drammatica crisi, questo avvenne perché il mondo aveva imboccato chiaramente la strada del riarmo e della guerra. Nell’estate del 1938, dopo l’annessione dell’Austria alla Germania, l’incontro di Monaco confermò l’ineluttabilità di quella svolta. L’anno successivo, sul finire dell’estate, scoppiava la seconda guerra mondiale.

    L’intervento statale e la fine del liberismo. L’interventismo statale assunse in primo luogo la caratteristica di un aumento della spesa pubblica. La riduzione della spesa pubblica era stata uno dei punti fermi delle politiche deflazionistiche adottate nella prima fase della crisi. Ora, nell’ultima fase, in molti paesi si ritornò a privilegiare la spesa pubblica ma, ancora una volta, con notevoli differenza tra paese e paese.

    Negli Stati Uniti ad esempio, più che di un aumento della spesa per investimenti, si trattò di un aumento della spesa corrente. A differenza del periodo pre-crisi, nell’ultima fase della crisi si registrò cioè una modificazione nella struttura della spesa pubblica. La spesa per investimenti fu, in termini di reddito nazionale, assai inferiore a quella che era stata negli anni 1923-1929. Ancora più importante: la spesa corrente per consumi precedette la spesa per investimenti. Sarebbe stato, in sostanza, l’accento posto sul consumo a generare, attraverso l’aumento della domanda, la ripresa industriale.

    In Germania si verificò, al contrario, il caso opposto. Furono le spese per investimenti che prevalsero. Il Governo nazista privilegiò lavori pubblici ed armamenti e furono questi investimenti pubblici a sollecitare quelli privati, sui quali, per altro, lo Stato non mancò di esercitare rigorosi controlli. Tuttavia, il Governo di Hitler non tralasciò di concedere all’industria privata sussidi statali ed esenzioni tributarie per talune forme d’investimenti.

    Altra forma assunta dall’interventismo statale fu la politica del danaro a buon mercato. Questo fu il caso soprattutto della Gran Bretagna e dell’Italia: nell’intento di ridurre l’onere degli interessi gravanti sul bilancio statale si perseguirono politiche di conversione del debito pubblico (consistenti nel porre i possessori di titoli del debito pubblico nella condizione o di accettare una diminuzione del tasso di interesse o di rassegnarsi alla restituzione del capitale prestato allo Stato).

    Forma efficace di interventismo fu anche l’assistenza a favore di industrie particolarmente depresse, sia con finanziamenti agevolati sia con interventi rivolti a migliorarne l’organizzazione interna. Dovunque furono incoraggiate le industrie di esportazione, ma in taluni paesi (si veda il caso dell’Italia) l’intervento dello Stato raggiunse forme anche più dirette. In Italia, dopo la costituzione, nel 1931, dell’I.M.I. vi fu, nel gennaio 1933, quella dell’I.R.I. Con l’I.M.I. e soprattutto con l’I.R.I. si mirò, ad un tempo, da un lato allo smobilizzo finanziario e dall’altro alla riorganizzazione gestionale e produttiva del sistema industriale.

    Inoltre si realizzarono in molti paesi politiche di controllo valutario, concretatesi in accordi commerciali bilaterali e in forme di clearings (forme di regolamento dei rapporti di scambio tra paesi fondate sulla compensazione delle reciproche posizioni creditorie e debitorie).

    Queste politiche d’intervento non furono contemporanee in tutti i Paesi, e non dettero risultati positivi ovunque nello stesso periodo. Ritardi ed errori tecnici e politici si verificarono un po’ dappertutto. I paesi del blocco aureo, ad esempio, adottarono politiche inflazionistiche con ritardo rispetto alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti. Il Belgio vi aderì solo dopo una serie di rovesci bancari, conseguenti alla difficile situazione industriale. La Francia vi giunse solo nel 1936, quando, sull’onda del malcontento popolare per la crescente disoccupazione, salì al potere Léon Blum alla guida del così detto Fronte popolare. Ma i risultati che l’esperimento sortì, per le eccessive misure demagogiche adottate, furono assai inferiori all’attesa. La Francia non aveva le possibilità di recupero degli Stati Uniti, perché le sue risorse economiche erano minori. E questa realtà pesò sul destino del Fronte popolare, condannandolo al fallimento, e identificandolo con la finanza allegra e infeconda. L’Italia fece ricorso alle misure inflazionistiche solo nel corso del 1935-36, dopo i salassi valutari subiti durante la guerra d’Etiopia.

    Ancora: in alcuni paesi, la ripresa industriale fu ottenuta a costo di gravi sacrifici per le popolazioni, con danno del progresso tecnologico industriale, grazie all’adozione di sistemi autarchici. Il che accrebbe l’isolamento di tali paesi e il frazionamento del mondo economico, fenomeno che non fu senza responsabilità nel processo che portò al secondo conflitto mondiale.

    Complesse e varie furono, comunque, le strategie seguite dai vari paesi per superare la depressione, e, riducendo o eliminando la disoccupazione, assicurare speranze e benessere agli uomini. Le politiche adottate non furono, però, esenti da critiche e da riflessi negativi. Se il risultato fu la ripresa e la notevole contrazione della disoccupazione, deve anche dirsi che esse non rappresentarono la formula ansiosamente ricercata per assicurare occupazione e benessere permanente. Nel pieno della ripresa, si guardò ancora una volta alla guerra come allo strumento migliore e più efficace per il progresso civile dei popoli. E la guerra, purtroppo, venne!

    8. L’interpretazione keynesiana

    Che cosa aveva ridotto così drasticamente la produzione di beni e di servizi? Le risorse naturali degli USA erano ancora abbondanti. Il paese possedeva un eguale numero di fabbriche, di attrezzature e di macchine. Il popolo possedeva le stesse capacità lavorative e voleva dispiegarle nel lavoro. E tuttavia milioni di lavoratori, con le loro famiglie, mendicavano, prendevano a prestito, rubavano, facevano la fila per ottenere magre porzioni della carità pubblica, mentre migliaia di fabbriche rimanevano inattive o lavoravano ben al di sotto della propria capacità.

    La spiegazione sta nelle istituzioni del sistema capitalistico dell’economia di mercato. Le fabbriche avrebbero potuto essere aperte e gli uomini mantenuti al lavoro, ma non lo furono perché questo non avrebbe prodotto profitto. E, in un’economia capitalistica, le decisioni di produzione sono basate principalmente sul criterio del profitto e non sulle necessità della gente.

    Il sistema economico capitalista parve essere sull’orlo di un completo collasso. Erano indispensabili provvedimenti drastici, ma prima di poter salvare il sistema era necessario comprendere meglio la malattia di questa depressione economica.

    E questo compito fu assolto da uno fra i più brillanti economisti del secolo: John Maynard Keynes (1883-1946). Nel suo libro La teoria generale dell’occupazione, interesse e moneta, Keynes cercò di far capire che cosa era successo al capitalismo, al fine di permetterne la conservazione.

    La depressione nasce dal fatto che una riduzione nel volume degli investimenti che possono accadere ciclicamente o accidentalmente in un’economia, quale ne sia il motivo, si riflette in una riduzione della produzione dei beni strumentali nei quali detti investimenti si concretizzano. Da qui una riduzione nell’occupazione e nei consumi dei gruppi di percettori di reddito interessati in tale produzione. In conseguenza, peggiorano le prospettive di guadagno di altri gruppi di imprenditori e con esse diminuisce ulteriormente l’incentivo ad investire.

    Cadono così ulteriormente i consumi, attraverso una serie di reazione a catena per effetto delle quali la situazione, in fatto di occupazione, produzione, prezzi e profitti, tende a peggiorare per così dire da se stessa. In particolare, gli imprenditori non hanno convenienza ad utilizzare in nuovi investimenti il risparmio monetario accumulato dai percettori di reddito.

    Il nodo della crisi risiede proprio in questa discordanza tra le decisioni dei percettori di reddito, che ritengono conveniente non consumare, ma che non investono direttamente il danaro risparmiato, e le decisioni degli imprenditori, che non ritengono conveniente utilizzare tale denaro per aumentare i loro investimenti e, quindi, la domanda di beni strumentali.

    Si pensa quindi che lo Stato debba cercare di arrestare il processo, per così dire, di perdita di velocità, da cui è investito il sistema economico per effetto del circolo vizioso: riduzione di investimenti – riduzione di consumi – di nuovo riduzione degli investimenti e via di seguito.

    Ciò può ottenersi essenzialmente attraverso una qualificata spesa pubblica addizionale, che, se effettuata tempestivamente e in misura adeguata, può invertire la tendenza e ricondurre il sistema verso posizioni di pieno impiego, pur mantenendo una situazione di prezzi stabili. Dopo di che l’intervento statale ha termine, salvo prodursi con altre modalità nella situazione opposta in cui un processo di espansione dia luogo a una domanda di fattori produttivi che ecceda quella che può essere soddisfatta ai prezzi correnti.

    In conclusione il Keynes sostiene che l’intervento dello Stato deve essere limitato nel tempo e basato su un programma di spesa pubblica mirante ad utilizzare i fattori inoperosi (politica anti-deflazionistica) oppure deve essere finalizzato a contenere la domanda nei limiti dei fattori disponibili (politica anti-inflazionistica).

    (Cfr. mappa concettuale: La crisi del 1929 )
    http://web.tiscalinet.it/claufi/mappa1929.HTM

    Bibliografia

    Luigi De Rosa, La crisi economica del 1929, Le Monnier, Firenze 1979.

  9. ezechiele on maggio 20, 2012 at 2:41 am

    Molto lodevole ciò che hai riportato come spiegazione e excursus storico dei problemi storico-politici di un sistema intenrnazionale per non dire mondiale…Ormai in crisi ” sistemico-sociale ” come un annovero di una sistemazione di un nuovo ordine mondiale.
    La turbolenza del potere che dovra’ cadere in pochissime mani,in una sola mano, quindi ancora riduzione di comando!
    Adesso scontro tra Pubblico e privato. Societa’a Stato e Societa’per lo stato
    Gli intrighi sono incessanti, pesanti, scoordinati tra loro nei livelli, ma coordinati a livello ” di potere da entrambi i lati “- Le chiavi di lettura e dell’ agire sono due.
    Il vero potere è giusto al centro, in quel frangente deve sistemarsi per il comando dell’ umanita’. Uno stato nello stato nello stato…In Unica soluzione di stato sovrano!

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