19 luglio 1992 h. 16:58
Una data scolpita nella mente e nel cuore di una Palermo che non vuole dimenticare…
E’ notte e non riesco a dormire ed anche se sono una giovane donna di 31 anni, certe realtà non riesco proprio a spiegarmele ne’ad accettarle…
…E’ un pomeriggio come tanti altri, sto leggendo un libro sdraiata comodamente sul letto della mia camera. Ad un certo punto, sento il suono di tante sirene che squarciano il silenzio, troppe sirene che sembrano paralizzare tutta la città. Mi precipito in sala e così anche mia madre, intenta alle sue faccende; mio padre ha già acceso il televisore: pochi istanti, un’esplosione, tante vite cancellate.
Il giudice Borsellino è stato straziato insieme agli uomini della sua scorta…
I sentimenti che attraversano i nostri cuori sono i più svariati: rabbia, dolore, sgomento, ma, soprattutto, quel gran senso di perdita, di vuoto incredibile…Se n’è andato un altro grande uomo che rappresenta la parte migliore dello Stato, colui che incarna i valori dell’onestà, della giustizia, della legalità.
Avverto quasi la sensazione che Palermo rimanga orfana, senza più protezione, con le spalle al muro.
E adesso? Tutto quello che si può fare è protestare fortemente contro questi terribili crimini e soprattutto non cancellare mai il ricordo e la memoria di questo tristissimo giorno… (Ginestra)
Sono passati vent’anni da quel giorno interminabile, ma purtroppo ancora oggi non si è arrivati alla verità e la fatidica agenda rossa, su cui il giudice Borsellino annotava ogni cosa, è svanita nel nulla…
Il mondo è nel caos più totale, troppi eventi devastanti ci fanno sentire allo sbaraglio, per cui le giovani generazioni, in ogni angolo del mondo, devono poter avere come punto di riferimento, uomini di grande spessore, levatura morale e dignità, come lo sono stati i giudici Falcone & Borsellino.
L’obiettivo di una società civile non può prescindere dai valori essenziali che sono alla base di una vera democrazia: Giustizia, Legalità, Libertà e Partecipazione…
Marco Federico
Glocal University Network
www.glocaluniversitynetwork.eu




Condivido ogni parola e sentimento. Speriamo che qualcosa si muova in tal senso come auspica l’autore dell’articolo.
Siamo proprio noi giovani che possiamo cambiare le cose.
Attendiamo con fiducia che tra le nuove leve della politica vi sia un De Gasperi, un Berlinguer o un Almirante capace di parlare ai giovani del Futuro.
Capaci e Via D’Amelio, hanno un anello di congiunzione, forse, bisognerebbe risentire Spatuzza e farsi dire una volta per tutte cjo era Scarntino nle “puzzle della verità”.
Bisogna ritornare al 1991, un anno prima della strage di Capaci, quando il giudice Falcone, incontrò Gaspare Mutolo nel carcere di Spoleto.
Mutolo era l’attendente di Riina, è veramente diventato un collaboratore di giustizia?
Sappiamo dagli archivi che era uno spietato killer. Cosa ha potuto far cambiare idea a Gaspare, un uomo che aveva giurato fedeltà al Suo Padrino. Certo,tutti gli uomini possono tradire, venir meno ad una promessa. Quindi a maggior ragione anche i mafiosi non occasionali ma per scelta? Sarebbe interessante chiedere a qualche collaboratore di giustizia, quali eventuali promesse sono state fatte dai Capi Mandamento ai propri uomini di fiducia, come appunto lo è stato Gaspare Mutolo.
Sappiamo benissimo che anche dal carcere si può comandare, almeno, per alcuni in particolare è possibile farlo. Perchè? Poi bisognerebbe chiedere a Scarantino cosa significhi nel gergo mafioso “arresto eccellente”.
Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
La strage di via d’Amelio fu un attentato di stampo terroristico-mafioso messo in atto il pomeriggio del 19 luglio 1992 a Palermo in cui persero la vita il giudice antimafia Paolo Borsellino e la sua scorta. L’attentato segue di due mesi la strage di Capaci, in cui fu ucciso il giudice Giovanni Falcone, segnando uno dei momenti più tragici nella lotta alla mafia.[1]
L’esplosione, avvenuta in via Mariano D’Amelio dove viveva la madre di Borsellino e dalla quale il giudice quella domenica si era recato in visita, avvenne per mezzo di una Fiat 126 contenente circa 100 chilogrammi di tritolo.[2][3]
Secondo gli agenti di scorta, via d’Amelio era una strada pericolosa, tanto che era stato chiesto di procedere preventivamente ad una rimozione dei veicoli parcheggiati davanti alla casa, richiesta però non accolta dal comune di Palermo, come rilasciato in una intervista alla RAI da Antonino Caponnetto.
Oltre a Paolo Borsellino morirono gli agenti di scorta Agostino Catalano (caposcorta), Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto è Antonino Vullo, risvegliatosi in ospedale dopo l’esplosione, in gravi condizioni. La bomba venne radiocomandata a distanza ma non è mai stata definita l’organizzazione della strage, nonostante il giudice fosse a conoscenza di un carico di esplosivi arrivato a Palermo appositamente per essere utilizzato contro di lui. Si sospetta che il detonatore che ha provocato l’esplosione sia stato azionato dal Castello Utveggio.[4]
Dopo l’attentato, l’”agenda rossa” di Borsellino, agenda che il giudice portava sempre con sé e dove annotava i dati delle indagini, non venne ritrovata. Sul luogo dell’attentato giunse immediatamente il deputato ed ex-giudice Giuseppe Ayala che abitava nelle vicinanze[5]
Nel luglio 2007, a pochi giorni dal quindicesimo anniversario della strage, la Procura di Caltanissetta ha aperto un fascicolo per scoprire se persone legate agli apparati deviati del SISDE possano avere ricoperto un ruolo nella strage.[6][7]
In quell’occasione è stata pubblicata una lettera aperta del fratello del giudice Borsellino, Salvatore, indirizzata all’ex-Ministro degli Interni Nicola Mancino. Tale lettera, intitolata 19 luglio 1992: Una strage di stato, ipotizza che l’allora Ministro degli Interni Mancino fosse a conoscenza della causa dell’omicidio di Borsellino. In un passaggio si legge infatti:
« Chiedo al senatore Nicola Mancino, del quale ricordo negli anni immediatamente successivi al 1992 una lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte. O spiegarci perché, dopo avere telefonato a mio fratello per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Polizia Parisi e il dottor Contrada, incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come raccontò lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente… In quel colloquio si trova sicuramente la chiave della sua morte e della strage di Via D’Amelio[8][9] »
Gaspare Mutolo era un pentito della mafia, Bruno Contrada, ex numero tre del SISDE, è stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.
Altri fatti, citati nella lettera di Salvatore Borsellino, misero in questione l’operato del Ministero degli Interni guidato allora da Mancino: la presenza in via D’Amelio di un poliziotto trasferito alcuni mesi prima alla questura di Firenze perché colluso con un gruppo di spacciatori di droga, e la presenza in Via D’Amelio dell’allora capitano dell’Arma dei Carabinieri Arcangioli, visto allontanarsi dal luogo della strage con in mano la borsa di Paolo Borsellino appena estratta dai rottami della Fiat Croma blindata nella quale sedeva il giudice qualche istante prima dell’esplosione. Secondo i familiari e i colleghi di Borsellino, questa borsa conteneva un’agenda che il giudice utilizzava per annotare le considerazioni più private sulle sue indagini e colloqui.[6][10]
A fronte delle critiche sul suo operato all’epoca della strage di via D’Amelio, Mancino sostenne di non ricordarsi di nessun incontro con il giudice nel mese di luglio 1992 e mise in dubbio l’attendibilità del pentito Mutolo. Salvatore Borsellino replicò con un’altra lettera aperta:
« In merito alla persistenza delle lacune di memoria del sen. Mancino sull’incontro con Paolo Borsellino del 1° luglio 1992, evidenti dalla sua risposta alle mie dichiarazioni e preoccupanti per chi è stato chiamato alla vicepresidenza del CSM, ritengo mio dovere fargli notare quanto segue. Se è vero che le dichiarazioni di un pentito come Gaspare Mutolo non possano assumere da solo valore probatorio se non suffragate da solidi riscontri è anche vero che di riscontro ne esiste almeno uno, e incontrovertibile, dato che è siglato dallo stesso Paolo Borsellino. Nella sua seconda agenda, quella grigia in possesso dei suoi familiari, che, essendo stata lasciata a casa da Paolo il 19 luglio non ha potuto essere sottratta come quella rossa, Paolo ha annotato: 1° luglio ore 19:30 : Mancino. In quanto alla credibilità dello stesso Mutolo, il quale riferisce la frase di Paolo durante l’interrogatorio: ‘devo smettere perché mi ha chiamato il ministro, manco mezz’ora e torno…’, devo ricordare al sen. Mancino che è proprio grazie alle dichiarazioni di Gaspare Mutolo che il dott. Contrada, funzionario del SISDE, ha potuto essere condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione. Inoltre lo stesso Vittorio Aliquò [procuratore aggiunto alla procura di Palermo] ha dichiarato di aver accompagnato Paolo fino alla soglia dell’ufficio di Mancino, ed è impossibile credere che lo stesso non possa ricordare di avere incontrato non un qualsiasi magistrato tra i tanti che quel giorno venivano a complimentarsi per la sua nomina, ma un giudice ad estremo rischio di vita che in quei giorni era al centro dell’attenzione di tutti gli Italiani[11] »
In seguito alle indagini del consulente Gioacchino Genchi si accertò la presenza di una sede coperta del SISDE sul Monte Pellegrino, che sovrasta Palermo e via Mariano d’Amelio, all’interno del Castello Utveggio che ospita il Cerisdi, un centro di ricerche e studi manageriali. La circostanza fu scoperta dall’analisi del tabulato telefonico del numero 0337962596, intestato al boss Gaetano Scotto, che chiamò un’utenza fissa del SISDE installata proprio in quel castello. Suo fratello, Pietro Scotto, per conto della società Sielte, compì lavori di manutenzione sull’impianto telefonico della palazzina di via D’Amelio. Lavori necessari, si scoprì successivamente, per intercettare abusivamente la linea telefonica della madre del giudice Borsellino e quindi ottenere la conferma del suo arrivo nel pomeriggio del 19 luglio 1992. Dal castello Utveggio il SISDE scompare subito dopo l’inizio delle indagini. Quella stagione, poi, fu segnata anche da un’altra discussa vicenda giudiziaria, scaturita in una condanna definitiva a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa, che vide coinvolto il numero tre del SISDE, Bruno Contrada.[12]. A proposito della sede dei servizi sul Monte Pellegrino aveva parlato anche Totò Riina il 22 maggio 2004, al processo tenutosi a Firenze per la strage di via dei Georgofili. [13][14]
Nel luglio 2009, in occasione del diciassettesimo anniversario della strage, Massimo Ciancimino ha annunciato che avrebbe consegnato ai magistrati il “papello”, una sola pagina a firma di Totò Riina che conterrebbe le condizioni poste dalla mafia allo Stato[15]. Nella stessa occasione, Totò Riina ha riferito al suo avvocato di non essere coinvolto nella strage di via d’Amelio. Il boss ha dichiarato parlando al suo legale:
« L’hanno ammazzato loro. Lo può dire tranquillamente a tutti, anche ai giornalisti. Io sono stanco di fare il parafulmine d’Italia »
Il legale ha poi diffuso una nota che interpreta queste dichiarazioni:
« Il signor Riina ha voluto, tramite me, rappresentare la sua convinzione: cioè che l’attentato a Borsellino fu opera di personaggi legati alle istituzioni. »
La stessa nota, tuttavia, smentisce che Riina abbia partecipato a una trattativa fra Stato e mafia:
« Con riferimento alla cosiddetta trattativa che sarebbe stata condotta tramite i signori Ciancimino, Vito e Massimo, Riina intende far presente che già diversi anni fa era stata la sua difesa a chiedere che venisse esaminato in aula Massimo Ciancimino, senza però ottenere tale prova, in maniera inspiegabile ancor più alla luce degli odierni approfondimenti. »
L’avvocato, intervistato dal quotidiano La Repubblica dichiara:
« Abbiamo parlato della trattativa. Riina sostiene che è stato oggetto e non soggetto di quella trattativa di cui tanto si è discusso in questi anni. Lui sostiene che la trattativa è passata sopra di lui, che l’ha fatta Vito Ciancimino per conto suo e per i suoi affari e insieme ai carabinieri: e che lui, Totò Riina, era al di fuori. Non a caso io, come suo difensore, proprio al processo per le stragi di Firenze già quattro anni fa ho chiesto che venisse ascoltato Massimo Ciancimino in aula proprio sulla trattativa. Riina voleva che Ciancimino deponesse, purtroppo la Corte ha respinto la mia istanza. »
Carpire gli spostamenti fisici di un magistrato sotto scorta e ad altissimo rischio non è come leggere un documento qualsiasi che passa di mano…Far scomparire la sua agenda personale sul luogo del fatto assomiglia proprio quantomeno ad un reato di furto…Procurarsi impunemente una tale quantità di esplosivo implica o enormi carenze dei servizi o la loro consapevolezza…Quanto a Contrada, solo lui può sapere determinate cose…Quanto ai recenti sviluppi delle indagini, noti all’opinione pubblica, essi non fanno altro che implementare il clima del sospetto…All’uopo, risulta corretto che il Presidente della Repubblica non può essere oggetto di intercettazione diretta, ma si pone il problema per quella indiretta, cioè quella che ha avuto ad oggetto l’utenza di Mancino e solo casualmente ha coinvolto la presidenza della Repubblica…Cosa succede in tali casi? Quali dichiarazioni sono utilizzabili nel procedimento penale per i fatti di falsa testimionianza pendente a carico dello stesso Mancino? Ebbene, a tal proposito esistono diverse teorie…
A mio modesto avviso, con grande stima verso il Presidente della Repubblica e il Procuratore Ingroia, sembrano essere stati rilevati due ordini di questioni: 1) la legittimità dell’intercettazione, la sua eventuale utilizzabilità nel procedimento a carico di Mancino, la sorte delle dichiarazioni rese dal Presidente; 2) la lesione delle attribuzioni presidenziali che Napolitano stava esercitando per il tramite di quelle conversazioni. Quanto al primo punto, le intercettazioni sembrerebbero essere legittime, perchè non aventi ad oggetto le utenze presidenziali, ma quelle di Mancino, anche se poi lo stesso ha conversato iure proprio con Napolitano. Nel nostro sistema, la legge prevede la sussistenza di gravi indizi di reità in ordine a determinati reati, al fine di azionare il mezzo di ricerca della prova dell’intercettazione: gravi indizi di reità è un’espressione di natura oggettiva, per cui ammette la captazione indiretta di soggetti. Solo qualora, invece, la legge avesse richiesto i soggettivi e gravi indizi di colpevolezza, si sarebbe posta in serio dubbio l’intercettazione di soggetti non indagati. Si pone poi la questione della sorte delle risposte date dal Presidente che, comunque, non sarebbero utilizzabili contro di lui, ma che potrebbero essere utili alle indagini contro Mancino e della loro possibile distruzione: ebbene, le stesse devono essere distrutte in una apposita udienza dinanzi al giudice, non più con la sola partecipazione del Pm, ma proprio a seguito di un intervento della Consulta, nel contraddittorio di tutte le parti, quindi anche l’Avvocatura dello Stato per conto della Presidenza. Capisco i timori che, medio tempore, possa verificarsi una eventuale fuga di notizie, ma questo è un problema di tutti e si verifica spesso in Italia, per cui dovrebbe porsi riparo altrimenti, cioè con indagini sulla violazione del segreto istruttorio. Quanto alla questione del conflitto di attribuzioni, risultano esservi dubbi di ammissibilità, quando lo stesso riguardi un organo giurisdizionale, per cui la spinosa questione sarà oggetto di giudizio cost.le, non risultando del tutto comprensibile al momento, quale tipo di prerogativa il Quirinale stesse esercitando in concreto.
“Un imputato, il senatore Marcello Dell’Utri, mi ha definito pazzo e devo dire che a volte mi ci sento. Mi piace essere un po’ pazzo come Paolo Borsellino, perché continuo a credere nella possibilità che, nonostante tutto, si possa raggiungere la Verità sui grandi misteri del nostro Paese.
Mi sento pazzo di fronte all’imbarazzo per la Verità e alla paura che spesso si denota dentro le istituzioni anche più insospettabili. Sono pazzo perché credo in un’Italia che abbia il coraggio della Verità, conquistata a qualsiasi prezzo e senza paura.
Abbiamo finalmente varcato l’anticamera della Verità, ora siamo entrati nella stanza della Verità. Pensavamo, però, di trovare una stanza illuminata, invece era buia. Qualcuno aveva sbarrato le finestre e qualcuno aveva fulminato le lampadine. Siamo da soli e con le candele.
Leggendo in questi giorni i giornali con commenti illustri di giuristi, giornalisti e politici, ho notato che nessuno purtroppo vuole illuminare quella stanza buia della Verità. C’è il perpetuarsi dell’allergia alla Verità. Da parte della politica non è mai stato fatto un passo avanti per l’accertamento della Verità. Vogliamo che nessuno dica alla magistratura di fare passi indietro su questo.
Per accertare la Verità sulla strage di Borsellino prima ancora che domandarci chi uccise Paolo dobbiamo interrogarci sul perché Paolo è stato ucciso. Era questa la stessa domanda che Borsellino si poneva a pochi giorni dalla morte dell’amico e collega Giovanni Falcone. In tutti noi che al tempo eravamo lì in via d’Amelio c’era la consapevolezza che c’era qualcosa di anomalo in quella strage, di quasi unico che non si spiega solo con il fatto che Paolo era un nemico giurato di Cosa Nostra.
E’ scandaloso che non si sia mai istituita alcuna commissione che indaghi sulle stragi del ’92 e del ’93 e sulla trattativa Stato-mafia” (Antonio Ingroia, 18 luglio 2012)
In questi ultimi tempi il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, è stato preso di mira, perchè?. Per quanto mi riguarda lo considero un Galantuomo, sicuramente degno rappresentante di tutti noi cittadini italiani. Confido in lui e mi piace evidenziare quanto ha esternato: ” le versioni fornite dai giornali sono interpretazioni arbitrarie e tendenziose, talvolta persino manipolate”. Ora è inutile girarci attorno ma anni fa a Caltanissetta hanno riaperto le indagini sui possibili mandanti occulti delle stragi del 1992. Orbene, mi viene da pensare alla lettera a suo tempo inviata dall’ex Sindaco di Palermo Vito Ciancimino, alla Commissione antimafia – Palazzo San Macuto Roma (Prot.0356 del 29 ottobre 1992) in cui chiedeva di essere ascoltato in diretta televisiva “non per fare spettacolo ma per rivolgersi direttamente all’opinione pubblica, senza interposta persona”….Questo mi sembra piuttosto emblematico….
Non esprimo giudizi personali sulla vicenda “interecettazioni”, perche sarei troppo di parte, ma se non erro quando tempo fa venivano intercettate altre cariche dello stato (ex Premier ed altri..), come mai il Presidente non ha detto nulla in merito a loro difesa? Ed in ogni caso tempo fa , e più di una volta alcuni “amici” hanno scritto e chiesto un incontro con il Presidente per parlare di alcuni argomenti specifici, forse talmente scomodi a questo Presidente che non si è degnato neppure di rispondere?… Misteri italiani.
“Non c’e’ alcuna ragion di Stato che possa giustificare ritardi nell’accertamento dei fatti e delle responsabilita’, ritardi e incertezze nella ricerca della verita’ specie su torbide ipotesi di trattativa tra Stato e mafia”. Da queste parole significative enunciate dal Presidente della Repubblica si evince la fermezza nonchè la determinazione nel perseguire la strada che conduce a verità anche scomode…
http://youtu.be/Lacn0MsBzyU
Falcone e Borsellino dicono chiaramente chi è contro di loro
http://www.stragi80.it/rassegna/settimanali/Eu_280292.pdf