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Tumulti in Tunisia

Prof. Daniel Pipes

 L’improvvisa e pressoché inspiegabile uscita dell’uomo forte della Tunisia, Zine El Abidine Ben Ali, 74anni, dopo 23 anni di potere, potrebbe avere delle implicazioni in Medio Oriente e per il mondo musulmano. Come ha osservato un giornalista egiziano; “Ogni leader arabo guarda alla Tunisia con paura. Ogni cittadino arabo guarda alla Tunisia con speranza e solidarietà.” Io la guardo con questo insieme di sentimenti.

di Daniel Pipes
The Washington Times

18 gennaio 2011 http://it.danielpipes.org/9349/tumulti-in-tunisia

Pezzo in lingua originale inglese: http://www.danielpipes.org/9326/tunisia-turmoil

Zine El Abidine Ben Ali, di Tunisia (a sinistra) con due dei suoi vicini, Muammar Gheddafi di Libia (al centro) e l'algerino Abdelaziz Bouteflika

Durante la prima era dell’indipendenza, fino a circa il 1970, i governi dei paesi di lingua araba venivano di frequente rovesciati quando le truppe sotto il controllo di un colonnello insoddisfatto affluivano nella capitale, occupavano il palazzo presidenziale e le emittenti radiofoniche e poi annunciavano un nuovo regime. Solament nel 1949, i siriani hanno subito tre colpi di stato.

Col tempo, i regimi hanno imparato a proteggersi grazie ai servizi di intelligence, al fatto di fare affidamento su familiari e membri tribali, alla repressione e ad altri meccanismi. Ne sono seguiti quarant’anni di stabilità sclerotica e sterile. Con solo qualche rara eccezione (l’Iraq nel 2003 e Gaza nel 2007) i regimi sono stati scalzati, e in casi ancor più rari (il Sudan nel 1985) il dissenso dei civili ha avuto un ruolo significativo

Poi fa la sua prima apparizione Al-Jazeera, che focalizza un’ampia attenzione araba su argomenti di sua scelta e quindi è la volta di Internet. Oltre alle informazioni a buon mercato, dettagliate e tempestive, Internet offre altresì segreti senza precedenti (ad esempio l’ammasso di cablogrammi della diplomazia di WikiLeaks) come pure crea l’occasione per incontrare gente con le stesse idee (attraverso Facebook e Twitter). Lo scorso dicembre queste nuove forze sono confluite in Tunisia provocando un’intifada ed estromettendo rapidamente un radicato tiranno.

Se si elogia il rovesciamento di un padrone ottuso, crudele e avido per mano di coloro che sono privati dei diritti civili, si guarderà con trepidazione alle implicazioni islamiste di questo sovvertimento nel prossimo futuro.

Carri armati e soldati per le strade di Tunisi

La prima preoccupazione riguarda la stessa Tunisia. Malgrado tutte le colpe, Ben Ali è stato un nemico acerrimo dell’islamismo combattendo non solo i terroristi, ma anche (un po’ come nella Turchia degli anni precedenti al 2002) i moderati jihadisti delle aule scolastiche e degli studi televisivi. Ma da ex-ministro degli Interni, Ben Ali ha sottovalutato gli islamisti, vedendoli più come criminali che come ideologi impegnati. Il fatto che egli non abbia permesso lo sviluppo di visioni islamiche alternative potrebbe ora rivelarsi un grosso errore.

Gli islamisti tunisini hanno avuto un ruolo esiguo nella sconfitta di Ben Ali, ma di certo si precipiteranno a sfruttare l’opportunità che si è presentata loro, ossia che il leader storico della principale organizzazione islamista della Tunisia, in esilio dal 1989, ha annunciato il suo ritorno nel Paese. Ma il 77enne presidente ad interim Fouad Mebazaa manterrà la vecchia guardia al potere? Le forze moderate avranno la coesione e la sagacia per scoraggiare l’impennata islamista?

La seconda preoccupazione riguarda la vicina Europa, già estremamente incompetente nell’affrontare la sfida islamista. Se Ennahda assumerà il potere per poi espandere le sue reti, fornire mezzi finanziari e forse mandare clandestinamente armi agli alleati nella vicina Europa, questo potrebbe esacerbare i problemi esistenti.

Rached Ghannouchi, Leader di Ennahda, la principale organizzazione islamista della Tunisia.

La terza preoccupazione, che è quella maggiore, riguarda il possibile effetto domino sugli altri paesi di lingua araba. Questo rapido, apparentemente semplice e relativamente incruento colpo di stato potrebbe incoraggiare globalmente gli islamisti a eliminare i loro stessi tiranni. È il caso di tutti e quattro i paesi litoranei del Nord Africa – il Marocco, l’Algeria, la Libia e l’Egitto – come pure della Siria, della Giordania e dello Yemen a est. Il fatto che Ben Ali si sia rifugiato in Arabia Saudita implica che anche questo Paese potrebbe essere sulla lista e perfino il Pakistan non è esente. In antitesi con la rivoluzione iraniana del 1978-79, che ha richiesto un leader carismatico, milioni di persone in strada e un intero anno di sforzi, quanto è accaduto in Tunisia si è svolto rapidamente e in modo più comune e riproducibile.

Ciò che Franklin D. Roosevelt ha presumibilmente detto di un dittatore latino-americano (“È un bastardo, ma è il nostro bastardo”) si applica a Ben Ali e a molti altri uomini forti arabi, gettando la politica governativa degli Usa in un’apparente confusione. L’ambigua dichiarazione a caldo rilasciata da Barack Obama che plaude “al coraggio e alla dignità del popolo tunisino” può opportunamente essere interpretata sia come un monito per diversi altri bastardi che come un apprezzamento del tipo “meglio tardi che mai” di fatti delicati in loco.

Mentre Washington vaglia le opzioni, io esorto l’Amministrazione ad adottare due linee politiche. Innanzitutto, rinnovare l’impegno a favore del processo di democratizzazione avviato da George W. Bush nel 2003, ma stavolta con cautela, intelligenza e modestia, riconoscendo che la sua difettosa attuazione ha inavvertitamente agevolato gli islamisti ad acquisire più potere. In secondo luogo, occorrerà focalizzare l’attenzione sull’islamismo, considerandolo come il maggiore nemico del mondo civilizzato, nonché stare dalla parte dei nostri alleati, inclusi quelli in Tunisia, per combattere questo flagello.

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